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Sprechi al Centro di Galceti, Massimo Calissi e Pamela Bicchi a confronto
Prato, il presidente storico, in carica dal 1998 al 2010: "In 12 anni al Centro, in media, ho preso 620 euro al mese". La professionista in carica dal 2011 al 2014: "Abbiamo trovato solo debiti e confusione"
PRATO. Centomila euro da restituire alla Fondazione centro di scienze naturali. Condannati a doverli sborsare di tasca, dalla Corte dei Conti, l’ex presidente Massimo Calissi (per quasi 80.000 euro), l’ex direttore storico Gilberto Tozzi, per solo 4.660 euro e l’ex componente del consiglio di amministrazione Vladimiro D’Agostino per 14.700 euro. La scure della magistratura contabile si è abbattuta, pochi giorni or sono, sulla gestione (1998- 2010) del Centro di Galceti.
Individuati una serie di atti indebiti, in particolare, sugli aumenti degli stipendi. Piccole cifre ma spalmate su molti anni, che hanno portato l’ammontare complessivo a una totale di tutto riguardo.
Responsabile primo dell’attività indebita, secondo la Corte dei Conti, l’ex presidente al quale sono stati imputati gli aumenti dei dipendenti, del direttore e quello praticato sul proprio emolumento. Secondo la sentenza dei magistrati contabili, nessuna responsabilità si riscontra a carico dei sindaci revisori in quanto «l’esame dei bilanci non avrebbe consentito loro di desumere direttamente i singoli pagamenti indebiti effettuati». Lo stesso vale per i componenti del cda, tranne D’Agostino che sarebbe stato messo al corrente delle operazioni direttamente da Calissi. Particolare la posizione di Tozzi, deve risarcire una parte di una sanzione del Corpo Forestale dello Stato, pagata con i soldi della Fondazione e non con i propri.
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Abbiamo chiesto all'ex presidente del Centro Massimo Calissi di spiegarci cose sai accaduto. E abbiamo chiesto a Paolo Bicchi, presidentessa di Centro di scienze naturali dal 2001 al 2014, la professionista che le irregolarità le ha scoperte, che situazione trovò
L'INTERVISTA/1
Massimo Calissi, presidente storico del Centro di scienze naturali(la nomina è del 1998) condannato dalla Corte dei Conti a risarcire il centro e quindi il Comune (socio unico) di quasi 80.000 euro per stipendi aumentati senza averne l’autorità, per pagamenti ad Arci Ragazzi che superavano il limite stabilito, per una sanzione pagato con i soldi della Fondazione invece che di tasca (dall’ex direttore Tozzi), per la quale lei risponde al 50%. Calissi, si aspettava una stangata del genere?
«Sto male, malissimo, perché, evidentemente, i magistrati della Corte dei Conti non hanno tenuto in alcun conto la mia memoria (Calissi è assistito dall’avvocato Ciabatti dello studio associato Sambo e Ciabatti ndr) nella quale ho spiegato nel dettaglio cosa facevo e come sono state prese le decisioni».
Cosa le viene contestato?
«In pratica sono stato condannato a pagare gli aumenti di stipendio che ho deciso in qualità di presidente del Centro, e potevo farlo, di tutti i dipendenti che l’hanno ricevuti. Secondo la magistratura contabile gli aumenti sarebbero stati decisi in modo indebito, in pratica non avrei avuto l’autorità per farlo. Ma, mi chiedo, se non io che ero il presidente, chi avrebbe potuto prendere una decisione simile a fronte del lavoro duro di alcuni ragazzi la cui opera, tra servizi e organizzazione di eventi, è servita a richiamare sempre più gente, quindi ad avere entrate sempre maggiori e la garanzia di poter proseguire nella gestion?e».
Si tratta di cifre alte?
«Premetto: mi sono aumento il mio stipendio assieme a quello di tutti gli altri. E ora le dico di quanto: a un giovane ho aumentato lo stipendio di 40 euro lordi, a altri due di 50 euro, al quadro (Saverio Tozzi, figlio di Gilberto, ex direttore ndr) di 100 euro lordi. Io che avevo un contratto da Cococo, sono arrivato a prendere 10.000 euro l’anno e non più 9.000. In 12 anni e 7 mesi di attività la media lorda di quanto ho percepito dal Centro è stata di 620 euro al mese. Ovviamente campavano grazie al mio lavoro di programmatore di computer».
Si, ma nella sentenze si parla comunque di procedure illegittime e gli aumenti risalgono al 2003 .
«Gli aumenti sono stati messi in bilancio, i sindaci revisori non hanno avuto nulla da dire, poi il bilancio è stato visionato dal cda e infine approvato dal consiglio comunale. A chi dovevo far vedere i numeri, ancora, per evitare la condanna?
Pagherà il suo debito?
«Una cosa è certa, da me non prenderanno un euro, perché mi fregio di essere una persona povera. Ho 73 anni, una pensione di 928 euro al mese, vivo in affitto e qualche mese fa sono stato operato per un tumore. E sa perché farò ricorso? Perché ho ancora una dignità».
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INTERVISTA /2
Pamela Bicchi, nominata presidente della Fondazione del Centro nel gennaio 2011(amministrazione Cenni) ha iniziato la gestione della struttura quando era ancora sotto sequestro penale per l’inchiesta per maltrattamenti di animali che deve ancora andare a sentenza e per la quale è imputato tra gli altri, l’ex direttore Gilberto Tozzi. Che situazione ha trovato?
«Mi creda, incredibile. Logica avrebbe voluto che il Centro venisse chiuso, ma la nostra scommessa è stata quella di riaprirlo e rilanciarlo. Ricordo che nella parte di proprietà comunale, a quel tempo chiusa al pubblico, l’area nella quale, nell’edificio abitavano i Tozzi, Asm in alcune settimane ha portato via 12 tonnellate di rifiuti. C’era di tutto, anche i topi morti. E poi strutture non a norma e 240 animali, perché quelli erano, da sfamare e curare senza una lira».
Ecco, veniamo alla parte amministrativa che è quella che ha portato alla condanna.
«La parte amministrativa? Solo debiti, enormi debiti. Duecentomila euro di affitti arretrati alla Curia, una passivo di centomila euro che si trascinava dall’anno precedente. Non sono cifre piccole per una struttura che viveva con i soli 250.000 euro di contributi del Comune, oltre, ovviamente, alle entrate proprie. Non voglio entrare nel merito della questione che ha già approfondito la Corte dei Conti, ma analizzando la contabilità erano tantissime le cose che non tornavano, poca chiarezza, grande confusione. Una situazione difficilissima, soprattutto se si considera che quello su cui lavoravamo era denaro pubblico».
Dunque, che cosa ha fatto?
«La Guardia di finanza era già dentro il Centro e ogni sabato, l’unico giorno che potevo dedicare a quell’attività a causa del mio lavoro, spulciavamo registri. Alla fine con il sindaco e l’assessore di allora (Roberto Cenni e GoffredoBorchi ndr) decidemmo di stilare una relazione dettagliata su tutta la situazione contabile e allegarla a un esposto alla procura della Repubblica e alla Corte dei Conti che il sindaco Cenni firmò. Certo, non c’è nulla di cui essere felice perché certe cose vanno a discapito di un’intera comunità. Ma c’era da fare pulizia».
E c’è riuscita?
«Direi di sì, per come sono poi andate le cose. Certo, non sono stati quattro anni facili, credo di aver dato noia a molta gente e di bastoni tra le ruote me ne sono stati messi tanti per bloccare un risanamento faticosissimo».
Pensa a motivazioni politiche?
«Dico solo questo: che a distanza di tempo mi fa ancora arrabbiare il fatto che gli amministratori che si sono succeduti alla guida della città, sapessero tutto ma non abbiano mai fatto nulla. Questo comportamento, secondo me, è inspiegabile e inqualificabile».
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