Sicurezza
Kaled, una vita passata nelle pieghe della legge
Così l’algerino arrestato dalla polizia è riuscito ad accumulare 19 condanne per furto e spaccio prima di vedere come è fatta la cella di un carcere
PRATO. Sospensioni condizionali della pena, indulto, clandestinità, lentezza della giustizia. È questo il cocktail umano-giuridico che ha consentito a Mohamed Kaled, algerino di 35 anni, di farsi beffe della legge italiana accumulando 19 condanne definitive per furto e piccolo spaccio prima di vedere, finalmente, com’è fatta la cella di un carcere, dentro la casa circondariale della Dogaia di Prato.
Leggendo la notizia del suo arresto, ieri, molti si sono chiesti come sia possibile non finire mai in galera pur continuando a delinquere con una regolarità impressionante. La spiegazione si trova negli atti della Questura, raccolti nel fascicolo personale di Kaled. In base agli atti, il trentacinquenne algerino ha cominciato a delinquere 17 anni fa, nel 1999, quando era appena maggiorenne e ancora viveva dalle parti di Milano. Piccoli furti, piccolo spaccio, qualche nottata passata nelle celle di sicurezza ma sempre con la speranza ben riposta di rivedere quasi subito la luce del giorno da uomo libero. E in effetti è andata così. Dopo aver lasciato Milano, da clandestino, ed essersi trasferito nell’area metropolitana tra Firenze, Prato e Pistoia, Kaled ha continuato ad accumulare arresti, denunce e poi anche condanne. Che lentamente, troppo lentamente, sono diventate definitive, teoricamente esecutive. Ma solo teoricamente, perché all’inizio, come capita a tutti, è scattata la sospensione condizionale della pena. Gli anni passavano e Kaled continuava a rubare e spacciare, con qualche puntata a Monza, Pisa e Viareggio. Per sua fortuna nel 2006 è arrivato l’indulto, che gli ha abbonato tre anni di condanne. C’è da credere che per lui sia stata una sorta di incentivo, perché la sua carriera criminale di piccolo cabotaggio è andata avanti senza soste. Solo nel 2010, undici anni dopo l’esordio di questa carriera, è suonato il primo campanello d’allarme con un ordine di carcerazione emesso dal Tribunale di Firenze che ha fatto il cumulo delle pene fino a quel momento collezionate e ha revocato sospensioni e indulto. E Kaled ha dovuto cambiare strategia: semplicemente è sparito, non si è fatto trovare. Non risulta che sia mai stato compiutamente identificato, oppure ha dato un nome falso, come ha tentato di fare, invano, anche mercoledì quando i poliziotti l’hanno fermato in via Convenevole. Nel frattempo era arrivato un altro “cumulo” calcolato dal Tribunale di Pistoia e un ordine di carcerazione, nel giugno 2015. Per un anno Kaled ha continuato a giocare a nascondino con carabinieri e polizia, che alla fine hanno detto “tana”.
Paolo Nencioni
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