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La Prato in crisi protagonista di un romanzo noir
Il protagonista del libro del sindacalista della Cgil Malucchi è un ex lavoratore tessile costretto a lavorare a nero
Come nasce l'esigenza di dare vita a un noir largamente ambientato a Prato?
«Prato è una città che merita una narrazione specifica, un'attenzione particolare perché sembra essere in grado, con le sue peculiarità, di anticipare i mutamenti sociali e culturali del Paese. Ho sentito quindi l'esigenza di punteggiare su carta il rincorrersi di sensazioni personali e il palesarsi di situazioni sociali in una città archetipo di una ricchezza diffusa ma sfiorita in anticipo rispetto la crisi globale del 2008. Basta verificare la distribuzione dei redditi degli ultimi tre anni per rendersi conto che il 4% della popolazione pratese detiene il 20% della ricchezza denunciata in città e il lavoro dipendente riduce la propria ricchezza a discapito delle categorie degli imprenditori che dal 2012 al 2014 aumentano il volume della propria disponibilità economica di oltre un 15%».
Che ruolo ha il lavoro in questo romanzo?
«Ogni personaggio ha una sua ragion d'essere per la professione che svolge. La presenza dell'antropologa è giustificata per il mestiere che svolge e per le conoscenze che esprime. Le sue competenze si stagliano nell'orizzonte della narrazione più del fatto di essere una bella donna, elemento incidentale e non determinante ai fini degli equilibri narrativi. Il lavoro è condizione identificatoria ed ha una funzione legittimatoria delle presenze dei personaggi. Il protagonista assume rilevanza nel momento in cui trova la forza, e ha la fortuna, di riconvertirsi da addetto del tessile a investigatore assunto "a nero". Ma nel libro non è l'unico a essere riuscito a riconvertirsi professionalmente: incontriamo anche un ex dipendente della grande distribuzione che diventa educatore socio sanitario in una struttura per autistici e una delle vittime dell'assassino rituale è un inserimento lavorativo in una cooperativa che gestisce la raccolta dei rifiuti. Il lavoro è il luogo della definizione delle identità e al contempo della trasformazione. Anche i capannoni un tempo utilizzati per la produzione tessile assumono una nuova funzione». Quanto il mestiere di sindacalista ha influenzato il tuo romanzo?
«La mia professione è stata fondamentale per gli esempi che mi ha messo a disposizione. Credo di aver avuto il bisogno di raccontare un territorio e la sua capacità produttiva deprecando la retorica di Prato industriosa città tessile ormai in crisi. Provo a fotografare le contrapposizioni tra un passato imprenditoriale pioneristico e visionario e un presente dove la diversificazione del sistema produttivo rischia di imboccare strade dove il nero dell'illegalità si confonde con il chiaro di una ricchezza smarrita. La realtà che descrivo non risparmia niente delle difficoltà di integrazione tra vecchi e nuovi cittadini, del venire meno della solidarietà tra compagni di lavoro. L'integrazione che ritengo essere più avanzata si muove sui sentieri scuri della criminalità e la solidarietà tra pari si scolora di fronte al buio dell'egoismo.
Se la crisi economica pratese fosse la scena del delitto ed il lavoro fosse la vittima, chi sarebbe l'assassino?
«Come in molti romanzi gialli, il colpevole è il ricco signore, emotivamente lontano dalle sorti della gente comune sempre più sola davanti al proprio destino».
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