Meteo
Ospedale, licenzia l’edicola che non c’è
La Coop che gestiva la rivendita al Misericordia e Dolce attende da due anni di aprire al Santo Stefano e manda via 3 persone
PRATO. A quest'ora avrebbero potuto festeggiare i due anni dall'apertura nel nuovo ospedale Santo Stefano. O forse riorganizzarsi e partecipare ad altri bandi di gara celebrando comunque il buono stato di salute - è il caso di dirlo - della cooperativa. Invece nulla, l’ospedale nuovo non ha ancora l’edicola fissa e la coop "I numeri 7 + 3" oggi, per voce del presidente Alessandro Baldi, si ritrova a dover licenziare tre persone e a chiudere le porte agli inserimenti lavorativi di persone con disagio mentale. Che, per inciso, in 22 anni di lavoro a tempo indeterminato nella cooperativa sociale - 10 gli inserimenti lavorativi e 7 i soci lavoratori - ha fatto risparmiare ai servizi sociali non pochi soldi.
E’ a questo punto la vicenda dell'edicola del Santo Stefano gestita dal 1994 dalla cooperativa con 4 persone, dal giorno della chiusura del vecchio presidio ospedaliero. A gennaio 2014 infatti dall'affitto di 500 euro mensili la Ge.Sat - il gestore dei nuovi ospedali - di euro ne chiede 1800 e la cooperativa si vede costretta a non accettare. Intercede Lorenzo Roti allora direttore della Sds pratese (da marzo ad agosto 2014) e coinvolge la Regione: ne esce un progetto che prevedeva un intervento biennale regionale da 30mila euro approvato da tutti i soggetti interessati, Asl e Comune. Poi Roti viene nominato direttore sanitario all'Asl 2 di Lucca e tutto rimane nel cassetto. Da qui inizia la lunga attesa. «Ora non possiamo più sostenere le spese (la coop si sostiene con piccoli appalti ndr) - spiega Baldi - e francamente siamo anche stanchi di attendere risposte che non arrivano. In questi ultimi mesi abbiamo chiesto che ci venisse dato un minimo di riscontro, un sì o un no, invece dall’ Asl ci continuano a dire che ci stanno lavorando e stanno aspettando che il concessionario dia loro delle risposte. E noi, ripeto, siamo davvero stanchi delle promesse». Più che promesse, annunci di prossime aperture sempre mancate. A maggio 2015 durante la visita dell'assessore regionale alla Sanità Stefania Saccardi si parla dei contenuti e dei tempi del piano speciale per Prato, ecco che l'edicola viene data in apertura dopo l'estate affidata alla cooperativa. A giugno i vertici della Asl 4 confermano che di lì a qualche settimana avrebbe aperto un chiosco di giornali sfruttando una parte del giardino interno del Santo Stefano intitolato ai donatori di sangue e parlano di gestione a una cooperativa con soggetti disabili. «E ogni volta che esce qualcosa sulla stampa - aggiunge Baldi - arrivano telefonate per farci i complimenti, credendo che la vicenda sia finita». Invece tutto torna al punto di partenza. Dalla Regione, alla domanda sull'edicola del nuovo ospedale di Prato - che comunque c'è come servizio nella brochure dei nuovi ospedali - la stessa viene girata all'Asl 4 che allo stato attuale dichiara di aver richiesto al concessionario una liberatoria per la realizzazione di un'edicola al di fuori degli spazi commerciali per predisporre successivamente un bando aperto a tutte le cooperative sociali di tipo B. Soluzione proposta in prima battuta dal Comune alla stessa Asl.
A febbraio 2016 della questione edicola se ne torna a parlare durante il consiglio comunale aperto sulla sanità in cui l'assessore comunale al sociale, Luigi Biancalani chiede al direttore di area vasta centro Paolo Morello Marchese la riapertura. Poi è la volta della commissione 5 del Comune, presieduta da Gabriele Alberti (Pd) che si muove per presentare un ordine del giorno in consiglio comunale - discusso poi il 6 aprile - firmato da tutti i partiti (sia di maggioranza sia di opposizione) con la richiesta Asl di «collocare l'edicola in una nuova struttura appena fuori l'ingresso dell'ospedale». Invitando poi il direttore Morello Marchese, a fare pressione sul concessionario «per garantire tempi certi». La Ge.Sat, contattata, non risponde. Del resto è un suo diritto affidare gli spazi commerciali a terzi e concordarne i costi.
Trattandosi di un ospedale pubblico e di una cooperativa che di fatto dà lavoro a persone svantaggiate, alla fine i costi qualcuno se li troverà comunque in bilancio (Comune o Asl) per farsi carico delle persone con disagio mentale non più impiegate nella cooperativa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
