La crisi del tessile, il Met cambia pelle e l’albergo resiste
Da Benigni a Rodotà (l’ultima firma), passando attraverso la passione del Fantacalcio. Così finisce l’epopea del Flora
PRATO. Novanta, anni spezzati. Ma i Novanta sono anche gli anni di personaggi molto cari a Prato: dei Panariello (che si esibisce al Politeama), dei Massimo Ceccherini («che pretende un camera nonostante fossimo pieni - ricorda il patron dell’hotel Flora Rodolfo Tomada - gli dico che deve accontentarsi di una stanzuccia piccolina, lui mi risponde che non fa niente poi una volta accomodato ci fa "ballare" tutta la notte perché è un continuo lamentarsi e chiedere cose"), dei Roberto Benigni.
Che anche al Flora non si smentisce. E' il gennaio 1993 è trascorre una notte nell'albergo della città. «Quando il mattino successivo scende e sta per firmare l'albo d'oro - racconta Tomada - nota che nella stessa pagina c'è la dedica di Vittorio Gassman che era stato ospite dell'albergo il giorno prima. Legge la frase dell'attore: "Con cordialità e simpatia", mi guarda e dice: "Siccome Gassman ha scritto così io metto: "Con più cordialità e simpatia" e siccome lui è stato qui il 14 gennaio io metto 4 febbraio"». Sorride Tomada che ricorda anche il passaggio delle coppie vip: Pippo Baudo e Katia Ricciarelli, per esempio, Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer: «Una donna glaciale». Non lo è per nulla, invece, il premio Nobel per la letteratura 1997 Dario Fo che sbarca al Flora con la moglie Franca Rame «e dormono in camere diverse - ricorda Tomada - Lui simpatico, alla mano, di grandissima intelligenza e cultura, lei molto più distaccata». Ed è proprio Fo che la mattina dei saluti firma il registro «e in un attimo - dice Tomada - di fianco alla firma disegna un Arlecchino meraviglioso».
Sono gli anni dei grandi concerti, nasce Prato Lirica con Maurizio Pollini e la Società dei Concerti con Roberto Fioravanti, delle mostre di fumetti «che poi ci siamo fatto soffiare da Lucca» (e al Flora soggiornano Emanuele Luzzati e Claudio Villa), degli appuntamenti culturali "alti". A uno partecipa anche il critico d'arte e scrittore Achille Bonito Oliva che naturalmente dorme al Flora. A Tomada brillano gli occhi: «All'inizio era scostante - dice - persona difficile che poi, invece, si rivelò squisita. Bonito Oliva mi ha regalato il ricordo più bello della mia carriera». Ed è un omaggio scritto, come sempre, sull'albo d'oro e che oggi fa bella mostra di sé, in cornice, su uno dei muri della reception: "Un albergo, non è un posto per dormire ma per sentire la qualità del luogo - è la dedica - Il Flora è stato e rimane la testimonianza di un'antica civiltà della città. Col Flora Prato dorme tranquilla".
E una notte serena nell'albergo di via Cairoli, nelle stanze riservate agli artisti (la 32 e la 68) l'ha passata anche a Francesco Nuti «che qui da noi è stato spesso - dice Tomada - e l'ultima volta una settimana prima di restare vittima dell'incidente». E così si entra, mestamente, negli anni Duemila.
I difficili Duemila. «La politica è scomparsa perché i partiti si sono liquefatti, il tessile fatica, la crisi che scoppierà a metà degli anni Duemila, batte alla porta e Prato cerca una propria identità culturale».
E' la fotografia dell'attualità di Rodolfo Tomada. Che però aggiunge: «Nonostante in questi anni sia diventato tutto più difficile, oggi Prato è una città compiuta». Nei letti del Flora continuano a passare personaggi famosi ma è la caratura che cambia: «Vuoi perché il Politeama si afferma - è il giudizio del patron del Flora - ed è la sede prediletta della rivista, vuoi perché il Metastasio muta pelle».
Nei registri d'oro dell'albergo si leggono le firme della conduttrice televisiva Antonella Elia «una finta ochetta simpaticissima e anche bella - dice Tomada - che si fece annunciare del suo cane, un lupo, che entrò e si fermò al banco come se fosse un cristiano»; ci sono le firme dei "Fichi d'India" e signore («Operai della comicità»), di Cochi e Renato, di Rita Pavone.
Ma non solo. E' nella stanza 24 del Flora che Carlo Monni gira alcune scene della "Banda del Brasiliano" (2008) ed è nella stanza numero 16 - «la stessa che voleva sempre Ranieri perché affacciava sui vicoli e gli ricordava Napoli»" - che Bill Kent , esimio direttore della Monash University, prepara l'apertura, nel 2001, della sede distaccata dell'università australiana . «Eravamo amici - ricorda Tomada - e tante serate le abbiamo trascorse a chiacchierare sulla veranda coperta all'ultimo piano dell'albergo dove si vede tutta Prato». Chiacchiere, un drink, Rinascimento e musica, i legami tra Tomada e Bill Kent e una singolare passione per la cantante Nada «tanto che a Bill - dice l'albergatore - regalai un biglietto per un concerto».
E' nella stanza 16 che il contratto di affitto della Monash nell'ex sede dei Misoduli in Palazzo Vaj, in via Pugliesi («che allora cadeva a pezzi»), prende forma.
Anni nei quali assumo un ruolo fondamentale i terrazzi dell'hotel. Ed è proprio lì, nella verandina cara a Bill Kent, che vengono serviti i primi pasti vegetariani di Prato, nel ristorante Salomè, gestito da Rossella, la figlia dell'albergatore, che accoglie il bel mondo non solo pratese - pochi tavoli, luce soffusa, ambiente raffinato, tante piante - che resterà in funzione fino al 2010.
Ed è sul terrazzo più alto (si raggiunge salendo una scaletta di ferro) che trascorre le serate il regista Ken Loach, a Prato per presentare al Terminale "My name is Joe".
«Loach rappresenta l'umiltà dell'intelligenza» dice Tomada che ricorda, tra le attività culturali più vivaci di Prato, quella del Terminale cinema d'assai, nato negli anni Ottanta grazie alla determinazione di tre pratesi amanti di quel genere d'arte: Massimo Mancini, consulente del lavoro, Luigi Rivieri, dipendente Asl e impegnato nell'Arci e Andrea Coveri, impiegato in Comune, che entra di prepotenza nei circuiti culturali di Prato e ci resta fino a oggi.
I Duemila sono gli anni di Paolo Magelli, direttore del Metastasio, di Ninetto Davoli «che di “coatto” non aveva nulla ma era un gran signore», di Paolo Poli «un fiorentino verace, coltissimo, intelligente», di Carlo Verdone: «Che quella mattina fece ridere tutti i clienti presenti nella hall - racconta Tomanda - perché scendendo le scale fece finta di ondeggiare». E poi Vinicio Capossela, Marco Bellocchio, gli Avion Travel e Margherita Hack, l’astrofisica che nel 2013 tenne alcune serate al Politeama.
Nomi di grandi che si incrociano con altri personaggi che non dormono al Flora e non firmano i registri ma ne sono un pezzo di storia appassionata.
E' il periodo del Fantacalcio, gioco di simulazione basato però sulle partite del campionato di calcio reale, le cui riunioni si tengono appunto nella sala colazioni del Flora. I momenti clou sono le aste dei giocatori. Qui si riunisce la Prato tifosa che conta, stretta nel sodalizio della "Lega Trombarda", qui si litiga, ci si allea, si fuma fino a intossicarsi e si fa mattina. Deux ex machina del Fantacalcio pratese è Marco Monzali, oggi direttore di Radio Gas e le squadre sono formate dai nomi arcinoti della pratesità.
Tanto per citarne qualcuno: Sandro Veronesi, lo scrittore, che coinvolge l'altro scrittore, oggi deputato, Edoardo Nesi. Poi c'è la squadra dei giornalisti con Piero Ceccatelli, ex caposervizio della Nazione, Brunello Gabellini, ex portavoce dei sindaci Mattei e Romagnoli, e Paolo Toccafondi ex caposervizio del Tirreno che daranno vita alla formazione dei media: la "Stampdoria".
Ma nel campo virtuale del Fantacalcio scendono squadre dai nomi fantasiosi: la "All black" dell'avvocato Giandomenico Mattei con forte propensione politica a destra o la "Floridita de Cuba". Tra i più accaniti ex politici come Renzo Baroncelli, ex Psi o Gianluca Bini, ex An che tutt'ora guida le sorti del fantacalcio nostrano. E poi Roberto Rosati, ex assessore e Stefano Cecchi, tra i giornalisti di punta della Nazione. «Erano riunioni lunghe e tormentate - ricorda Tomada - che spesso terminavano con litigi clamorosi. Ne ricordo una, rumorosissimo, per strada appena finita la riunione. Molte amicizie si sono interrotte negli scontri del Fantacalcio e altre invece sono nate». E ancora durano. Potere del pallone.
Ma ormai siamo agli sgoccioli, all'ultimo libro d'oro del Flora, l’undicesimo, del 2015, che si chiude con una vecchia conoscenza, il jazzista Stefano Bollani e con la firma di un "padre nobile" Stefano Rodotà. «Sono orgoglioso - dice Tomada - sui registri la storia del Flora inizia con Spadolini e finisce con Rodotà. Non potevo chiedere di meglio. Ma forse, chissà, l'ultimo capitolo resta ancora da scrivere».
Un augurio? Forse una promessa. Forse una speranza. Arrivederci hotel Flora.
Cristina Orsini
(3- fine. Le puntate precedenti pubblicate il 27 e il 29 marzo)
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