Il Tirreno

Prato

I libri d'oro dell'hotel Flora: in ogni pagina la storia di Prato

Cristina Orsini
L'ultimo patron del Flora Rodolfo Tomada e l'ingresso dell'albergo in via Cairoli
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L'ultimo patron del Flora Rodolfo Tomada e l'ingresso dell'albergo in via Cairoli

Dall'affittacamere degli anni Cinquanta, all'albergo dei vip, fino alla "pausa" di riflessione attuale. Un lungo pezzo di vita cittadina raccontata dall'ultimo patron Rodolfo Tomada

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PRATO - Questa storia comincia con Denny, un barboncino impertinente, che può scorrazzare libero per le strade del centro storico - «andare a trovare le sue numerose fidanzate e fare finta di non conoscerci quando cercavamo di riportarlo a casa» - perché a Prato le auto ancora si contano sulle dita di una mano, non tutte le strade sono asfaltate. Nelle piazze, in particolare quella "del Pesce", c'è il mercato, in piazza Duomo stazionano i fiaccherai (carrozze trainate da cavalli) e la città dei telai - quelli ci sono già - è piena di gore (canali).

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«Nel dopoguerra Prato viveva uno sviluppo tumultuoso dal punto di vista industriale ed edilizio per questo ci fu bisogno di ampliare l'offerta alberghiera: a Prato venivano già da tutto il mondo». Le persone chic che si potevano permettere il costo della camera sceglievano l'albergo-ristorante "La Stella d'Italia", le persone un po' meno abbienti venivano dirottate, all'inizio, presso l'affittacamere "Flora" che poi diventò l'hotel simbolo della città, fulcro discreto della vita culturale e politica della buona società pratese.

Sì, questa è la storia, in pillole, dell'albergo Flora nell'ex via della Madonna, ora via Cairoli, raccontata dall'ultimo "patron" Rodolfo Tomada - famiglia di albergatori da cinque generazioni, proprietari della Stella d'Italia, del Flora e poi del Datini - e rivissuta per flash, aneddoti e ricordi, attraverso le firme che gli ospiti illustri e meno hanno lasciato negli undici "albi d'oro" dell'hotel. Un pezzo di vita, di colazioni da organizzare e ospiti da intrattenere, che va dal 1983 fino al 2016 quando il Flora ha chiuso per ferie: «Cosa farò dell'albergo non so ancora - dice Tomada - ma siamo qui raccontare la sua storia, del resto non voglio parlare. E poi non è detta l’ultima parola. Chissà, forse ci rivedremo presto». Dunque, non resta che procedere.

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Brevi cenni di una storia durata 62 anni: inaugurazione il 4 aprile 1954 alla presenza dell'allora sindaco di Prato Roberto Giovannini e del vescovo Pietro Fiordelli. Stabile (Palazzo Martelli) acquistato nel 1946 da Duilio Caciotti, nonno di Rodolfo Tomada. Un esempio della lungimiranza dei capostipiti degli albergatori pratesi: nel 1946 - la guerra era finita da un anno - la famiglia Caciotti avvertì in una lettera l'amministrazione comunale di allora della necessità di aprire un altro albergo in una città "d'industria e d'arte" - così recitava il volantino pubblicitario degli anni Quaranta della Stella d'Italia -, il Flora appunto, chiedendo il sostegno politico al progetto e nel contempo la garanzia della rimozione «degli ostacoli che si frapponessero alla realizzazione» della nuova struttura che avrebbe portato solo benefici alla città. Firmato: Emma e Duilio Caciotti.Sono passati settant'anni ma Prato cerca ancora la strada per affermarsi come "città d'arte".

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«Perché si scelse il nome Flora? Fu mia madre (Foenna Caciotti Tomada, sposata con Mario Tomada ndr) - spiega Rodolfo - a sceglierlo perché era un nome semplice da ricordare e perché così si chiamava un albergo che a lei piaceva tanto in via Veneto a Roma».

La Dolce vita di Prato. «Negli anni del dopoguerra e fino agli anni Sessanta - dice Rodolfo Tomada, a quel tempo un bambino - ricordo che la fortuna del Flora fu fatta, tra gli altri, dagli ebrei romeni che abitavano in Francia e che già allora venivano a Prato ad acquistare stoffe. Sono stati i primi rappresentanti a portare in giro per il mondo la produzione di Prato». Il Flora e la sua città sono accomunati anche da questo: da una fortuna economica e d'impresa costruita anche grazie ai grandi flussi migratori, dal sud e poi dal mondo: «A Prato c'era tanto lavoro e gli operai qualche notte nell'affittacamere di via Cairoli potevano permettersi di passarla».

Poi l'ascesa, l'albergo che decolla e che segue le sorti, in una specie di destino parallelo, del teatro Metastasio chiuso per ristrutturazione dal 1956 al 1964 e da quell'anno diretto da Gilberto Casini.Attori, registi, troupe, anche un po' per comodità - teatro e albergo sono vicini - scelgono il Flora come base. «Degli anni Sessanta, la mia adolescenza, ho il ricordo netto di Anna Magnani - racconta Tomada - Dormiva da noi e un mattino scese le scale per raggiungere la reception e guardò mio padre (Mario ndr) con uno sguardo intenso, così profondo e sensuale che mi è rimasto negli occhi fino a oggi».

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I magnifici Settanta. L'affittacamere sparisce e si trasforma in hotel. «Nel 1972 comincio la mia attività nel Flora affiancando mio padre Mario - ricorda Rodolfo - Per Prato sono anni di crescita urbanistica eccezionale: vengono realizzate piazza San Marco e Ponte Datini, il centro storico è più o meno come oggi ma è nella prima periferia che nascono banche come funghi perché il lavoro nel tessile marcia e ce n'è per tutti».

E' in quegli anni che al Met, ormai divenuto teatro affermato «non solo a Prato e in Toscana - dice il patron del Flora - ma in tutta Italia», arriva "Ritorno a casa" di Harold Pinter, regia di Mauro Bolognini, con Mario Carotenuto, Umberto Orsini, Corrado Pani, Carla Gravina. «Stavano qui al Flora - racconta Tomada - e tutti i giorni andavano a provare al Metastasio. Era una prima nazionale».

Una sera Rodolfo che spesso tirava fino a notte tardi, sente gli attori, appena rientrati, litigare nella hall: «Vociavano, parlavano dello spettacolo, si accapigliavano. Alla fine - prosegue Tomada - ma erano già le due di notte, Carotenuto dice: "Via cerchiamo di sistemare questa cosa". E si è messo a recitare, a provare la sua parte, dando indicazioni anche gli altri attori, come se si trovasse sul palcoscenico, nella reception. Io mi sono seduto su una delle poltroncine e l'ho ascoltato estasiato fino alle cinque del mattino».

Ecco al Flora capitava (spesso) anche questo: scendere dalla camera e incontrare gli artisti più famosi del momento, o i politici più in vista. «Come quella volta - riprende Tomada - che arrivò Amintore Fanfani che aveva un incontro con la Democrazia cristiana di Prato e che restò al Flora un giorno al termine del quale dovetti andare dal medico». Il perché è presto detto: «Fanfani odiava gli ascensori e mi costrinse a fare su e giù dal terzo piano, dove aveva la camera, per tutto il giorno per accompagnarlo mentre si chiacchierava. Alla fine mi sentii male». Ma qui siamo già negli anni Ottanta.

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Gli Ottanta "da bere". «La cifra di Prato di quegli anni - ricorda Rodolfo Tomada - in una parola, è dinamismo». L'industria tessile marcia come un treno, la ricchezza è diffusa, il mondo della cultura è vivace: oltre al Metastasio viene aperto il Museo di arte contemporanea Luigi Pecci (1985) e da Prato passano i big, tutti i big nazionali della cultura, della politica, dello sport, dell'associazionismo. Forse per questo il patron del Flora inaugura la stagione degli albi d'oro, i libri della memoria e del passaggio, che racchiudono nomi impensabili.

La prima firma è quella di Giovanni Spadolini, il 16 aprile del 1983, al tempo segretario del Partito Repubblicano, parlamentare, in vista della nomina a ministro della difesa (agosto 1983) già ex presidente del consiglio. E subito sotto c'è la firma di Franco Zeffirelli (regista) impegnato al Metastasio. Al Flora è una girandola di grandi nomi: Massimo Ranieri che si esibiva al Politeama (e lascerà almeno cinque o sei firme) «perché mi diceva - racconta Tomada - di sentirsi qui come a casa».

«Di lui, oltre alla simpatia - continua Rodolfo - ricordo le bellissime donne che lo accompagnavano ogni volta e le merende ricchissime, fino a mangiarsi un salame quasi intero, che ordinava in camera "di rinforzo" per riprendersi dalle fatiche». E quella volta (già negli anni Novanta) che Ranieri stava per partecipare al Festiva di Sanremo «e che si mise a provare la canzone che poi ha vinto, "Perdere l'amore", nella sala delle colazioni, paralizzando l'attività dell'albergo perché tutti si fermarono ad ascoltare e bloccando gli altri ospiti che si radunarono nella hall per godere di quella voce potentissima e inaspettata».

E poi Leoluca Orlando, all'epoca sindaco di Palermo, che arrivò alle due di notte con la scorta, e Fernand Braudel, storico francese, che tenne a battesimo l'Istituto di Storia Economica Datini fondato da Federigo Melis «uno dei miei docenti all'Università» dice Tomada, dormendo al Flora.

Ed è nell'albergo di via Cairoli che cultura, arte, sport e politica si intrecciano. Passano Folco Quilici e Walter Bonatti, passano nomi quali Gastone Moschin, Mariangela Melato e Virna Lisi. Poi Vincenzo Torriani "patron del giro d'Italia" fino a tutti gli anni Ottanta, Franco Nones olimpionico di fondo, Lionel Hampton, tra gli astri del jazz mondiale e ancora Renato Rascel, Lina Volonghi, Nanni Loy, Gorny Kramer, Mike Bongiorno.

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La direzione del Metastasio (1987-1988) è affidata a Gabriele Lavia «ed è qui, in queste stanze, che Monica Guerritore e suo marito, Gabriele Lavia appunto, hanno concepito loro figlia Lucia - afferma Tomada - La prima volta che l'ho incontrata (perché anche Lucia, diventata attrice a sua volta, è passata dal Flora ndr) glielo ho detto».

Densi anni Ottanta, anni nei quali il Flora è la sede naturale delle riunioni dei Lions (ne fa parte anche Rodolfo Tomada), nei quali nasce Prato per la Pace (1989) che si porta dietro nomi quali Piero Grasso (ex procuratore capo di Palermo) e Nelson Mandela, passati nelle camere dell'albergo di via Cairoli. Anni nei quali la fortuna di Prato si consolida ma dove c'è qualcuno che inizia una riflessione sul futuro. Ombre ancora lontane che poi si addenseranno.

Al Flora non si fanno solo feste (un concerto, per esempio, di un giovanissimo Stefano Bollani, al piano elettrico) o riunioni Lions, c'è la classe dirigente che si incontra, e al vertice ci sono i capitani d'industria. L'Unione industriale esiste e la dirige Romano Lenzi: «Uomo di grandissimo intuito - lo ricorda Tomada - che in una riunione alla quale parteciparono Paolo Sarti, Roberto Caverni, Paolo Gramigni, tanto per fare qualche nome, allora tutti quarantenni rampanti, mi ricordo disse che Prato sarebbe diventata un centro di innovazione tecnologica e di ricerca sul tessile e che si dovevano guardare con attenzione i mercati a est, primo tra i quali quello della Corea del sud». Tempi nei quali la Cina è lontana. Ma non per molto.

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Novanta, anni spezzati. «Li guardavamo guidare le Ape 50 Piaggio e ridevamo. Pensavamo di "prenderli di tacco" quei cinesi poveracci che da poco erano arrivati a Prato e che piano piano occupavano case e magazzini del Macrolotto Zero… e invece». Gli anni Novanta visti con gli occhi di Tomada: anni brillanti ma nei quali a Prato qualcosa si spezza: scompare la leggerezza degli Ottanta «e avanza - ricorda il patron del Flora - un senso di attesa, di aspettativa. Si capiva già che il tessile non avrebbe continuato ancora per molto a garantire la ricchezza diffusa che era la cifra della nostra comunità, anche perché i vecchi capitani d'industria lasciavano alle nuove generazioni, e si percepiva che c'era bisogno di una svolta verso la cultura, il turismo, il commercio».

Ma il cambiamento stenta mentre arrivano i cinesi «e nessuno attiva misure di controllo» e arriva anche "Mani Pulite". Anche nel Flora degli anni Novanta si fa politica. «Questa - dice Tomada - era la casa della sinistra». Non per altro, ma perché gli ex dirigenti pratesi Pds (Partito democratico della sinistra, nato nel 1991 dopo la svolta della Bolognina di Achille Occhetto che manda in soffitta il Pci) e non solo, i big che passano da Prato li inviano al Flora.

I libri d'oro dell'albergo lo testimoniamo: è il 1991 e Armando Cossutta sbarca in città per promuovere il neonato Partito della Rifondazione comunista, fondato dagli orfani Pci. «Mi ricordo - dice Tomada - che una sera Cossutta scese dalla camera e si sedette in una delle poltroncine del salotto di fianco alla reception. Era sera, di lì a poco lo raggiunge una signora elegantissima, pratese, che ricordo bene chi fosse ma della quale non rivelerò mai il nome, che si fermò a parlare fitto fitto con lui per qualche decina di minuti. Le persone che accompagnavano il leader di Rifondazione si preoccuparono moltissimo - prosegue Tomada - perché avevano timore che quella bella donna, ben vestita, fosse una spia». Vezzi di ex Pci che ancora faticavano a mettere una pietra sopra la Guerra Fredda.

«Ma per restare in tema di spie - continua Tomada - il Flora ne fu pieno quando, nello stesso anno, ospitammo la moglie di un alto leader politico polacco». Era l'anno delle prime elezioni libere nel Paese dopo Soldarnosc e la caduta del muro di Berlino e in via Cairoli , nella piccola (allora) Prato, c'è un mondo in fermento. «Quella signora - racconta Tomada - era stata inviata a partecipare a uno dei tanti eventi organizzati da Prato per la Pace. Davanti all'hotel stazionavano giorno e notte agenti in borghese per sorvegliare e proteggere la donna. Che però voleva essere libera di fare shopping approfittando anche della vicinanza con Firenze». Ed è così che l'intero albergo si mobilita per "coprire" le fughe della signora polacca: «Mentre gli agenti di scorta sorvegliavano l'ingresso del Flora, lei con le sue guardie del corpo, usciva da una porticina posteriore, raggiungeva l'auto e scompariva».

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Mondo politico in subbuglio, stanze del Flora piene di nomi importanti. Da Prato - è il 1990 - passano Giancarlo Pajetta («che va in camera e scopre che non c'è acqua corrente») e che morirà pochi mesi più tardi, Giovanni Goria, Dc, che tra il 1991 e il 1992 è ministro dell'Agricoltura e Alessandro Natta che dopo la Bolognina abbandona la politica attiva. «Come posso dimenticare gli anni di Mani Pulite - afferma il padrone del Flora - il 1992 e il 1993 sono gli unici anni nei quali l'albergo ha rischiato grosso. L'Italia era come paralizza - ricorda - nessuno girava più, avevano tutti paura, e il nostro fatturato era precipitato. Ce la siamo vista brutta».

Ma poi alla fine "'a nuttata" passa e il Flora resta. I politici vanno, attori e registi tornano. E il fulcro della cultura pratese resta il Met. «Che fino al 1993 è diretto da Fulvio Fo - dice Tomada - che qui al Flora si trova così bene che alla fine mi dice: "Tomada per ricambiare la sua ospitalità mi chieda quel che vuole"». Il patron dell'albergo non si fa pregare e punta alto: «Gli chiesi di portare al Metastasio "Benvenuti in casa Gori" di Alessandro Benvenuti. Desiderio che si è poi avverato» gongola l'albergatore. Nel 1994.

Ma i Novanta sono anche gli anni di personaggi molto cari a Prato: dei Panariello (che si esibisce al Politeama), dei Massimo Ceccherini («che pretende un camera nonostante fossimo pieni - ricorda il patron dell’hotel Flora Rodolfo Tomada - gli dico che deve accontentarsi di una stanzuccia piccolina, lui mi risponde che non fa niente poi una volta accomodato ci fa "ballare" tutta la notte perché è un continuo lamentarsi e chiedere cose"), dei Roberto Benigni.

Che anche al Flora non si smentisce. E' il gennaio 1993 è trascorre una notte nell'albergo della città. «Quando il mattino successivo scende e sta per firmare l'albo d'oro - racconta Tomada - nota che nella stessa pagina c'è la dedica di Vittorio Gassman che era stato ospite dell'albergo il giorno prima. Legge la frase dell'attore: "Con cordialità e simpatia", mi guarda e dice: "Siccome Gassman ha scritto così io metto: "Con più cordialità e simpatia" e siccome lui è stato qui il 14 gennaio io metto 4 febbraio"». Sorride Tomada che ricorda anche il passaggio delle coppie vip: Pippo Baudo e Katia Ricciarelli, per esempio, Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer: «Una donna glaciale».

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Non lo è per nulla, invece, il premio Nobel per la letteratura 1997 Dario Fo che sbarca al Flora con la moglie Franca Rame «e dormono in camere diverse - ricorda Tomada - Lui simpatico, alla mano, di grandissima intelligenza e cultura, lei molto più distaccata». Ed è proprio Fo che la mattina dei saluti firma il registro «e in un attimo - dice Tomada - di fianco alla firma disegna un Arlecchino meraviglioso».

Sono gli anni dei grandi concerti, nasce Prato Lirica con Maurizio Pollini e la Società dei Concerti con Roberto Fioravanti, delle mostre di fumetti «che poi ci siamo fatto soffiare da Lucca» (e al Flora soggiornano Emanuele Luzzati e Claudio Villa), degli appuntamenti culturali "alti". A uno partecipa anche il critico d'arte e scrittore Achille Bonito Oliva che naturalmente dorme al Flora. A Tomada brillano gli occhi: «All'inizio era scostante - dice - persona difficile che poi, invece, si rivelò squisita. Bonito Oliva mi ha regalato il ricordo più bello della mia carriera». Ed è un omaggio scritto, come sempre, sull'albo d'oro e che oggi fa bella mostra di sé, in cornice, su uno dei muri della reception: "Un albergo, non è un posto per dormire ma per sentire la qualità del luogo - è la dedica - Il Flora è stato e rimane la testimonianza di un'antica civiltà della città. Col Flora Prato dorme tranquilla".

E una notte serena nell'albergo di via Cairoli, nelle stanze riservate agli artisti (la 32 e la 68) l'ha passata anche a Francesco Nuti «che qui da noi è stato spesso - dice Tomada - e l'ultima volta una settimana prima di restare vittima dell'incidente». E così si entra, mestamente, negli anni Duemila.

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I difficili Duemila. «La politica è scomparsa perché i partiti si sono liquefatti, il tessile fatica, la crisi che scoppierà a metà degli anni Duemila, batte alla porta e Prato cerca una propria identità culturale».E' la fotografia dell'attualità di Rodolfo Tomada. Che però aggiunge: «Nonostante in questi anni sia diventato tutto più difficile, oggi Prato è una città compiuta».Nei letti del Flora continuano a passare personaggi famosi ma è la caratura che cambia: «Vuoi perché il Politeama si afferma - è il giudizio del patron del Flora - ed è la sede prediletta della rivista, vuoi perché il Metastasio muta pelle».

Nei registri d'oro dell'albergo si leggono le firme della conduttrice televisiva Antonella Elia «una finta ochetta simpaticissima e anche bella - dice Tomada - che si fece annunciare del suo cane, un lupo, che entrò e si fermò al banco come se fosse un cristiano»; ci sono le firme dei "Fichi d'India" e signore («Operai della comicità»), di Cochi e Renato, di Rita Pavone.

Ma non solo. E' nella stanza 24 del Flora che Carlo Monni gira alcune scene della "Banda del Brasiliano" (2008) ed è nella stanza numero 16 - «la stessa che voleva sempre Ranieri perché affacciava sui vicoli e gli ricordava Napoli»" - che Bill Kent , esimio direttore della Monash University, prepara l'apertura, nel 2001, della sede distaccata dell'università australiana . «Eravamo amici - ricorda Tomada - e tante serate le abbiamo trascorse a chiacchierare sulla veranda coperta all'ultimo piano dell'albergo dove si vede tutta Prato». Chiacchiere, un drink, Rinascimento e musica, i legami tra Tomada e Bill Kent e una singolare passione per la cantante Nada «tanto che a Bill - dice l'albergatore - regalai un biglietto per un concerto». E' nella stanza 16 che il contratto di affitto della Monash nell'ex sede dei Misoduli in Palazzo Vaj, in via Pugliesi («che allora cadeva a pezzi»), prende forma.

Anni nei quali assumo un ruolo fondamentale i terrazzi dell'hotel. Ed è proprio lì, nella verandina cara a Bill Kent, che vengono serviti i primi pasti vegetariani di Prato, nel ristorante Salomè, gestito dalla figlia dell'albergatore, Rossella, che accoglie il bel mondo non solo pratese - pochi tavoli, luce soffusa, ambiente raffinato, tante piante - che resterà in funzione fino al 2010.Ed è sul terrazzo più alto (si raggiunge salendo una scaletta di ferro) che trascorre le serate il regista Ken Loach, a Prato per presentare al Terminale "My name is Joe".

«Loach rappresenta l'umiltà dell'intelligenza» dice Tomada che ricorda, tra le attività culturali più vivaci di Prato, quella del Terminale cinema d'assai, nato negli anni Ottanta grazie alla determinazione di tre pratesi amanti di quel genere d'arte: Massimo Mancini, consulente del lavoro, Luigi Rivieri, dipendente Asl e impegnato nell'Arci e Andrea Coveri, impiegato in Comune, che entra di prepotenza nei circuiti culturali di Prato e ci resta fino a oggi.

I Duemila sono gli anni di Paolo Magelli, direttore del Metastasio, di Ninetto Davoli «che di “coatto” non aveva nulla ma era un gran signore», di Paolo Poli «un fiorentino verace, coltissimo, intelligente», di Carlo Verdone: «Che quella mattina fece ridere tutti i clienti presenti nella hall - racconta Tomanda - perché scendendo le scale fece finta di ondeggiare». E poi Vinicio Capossela, Marco Bellocchio, gli Avion Travel e Margherita Hack, l’astrofisica che nel 2013 tenne alcune serate al Politeama.

Nomi di grandi che si incrociano con altri personaggi che non dormono al Flora e non firmano i registri ma ne sono un pezzo di storia appassionata.E' il periodo del Fantacalcio, gioco di simulazione basato però sulle partite del campionato di calcio reale, le cui riunioni si tengono appunto nella sala colazioni del Flora. I momenti clou sono le aste dei giocatori.

Qui si riunisce la Prato tifosa che conta, stretta nel sodalizio della "Lega Trombarda", qui si litiga, ci si allea, si fuma fino a intossicarsi e si fa mattina. Deux ex machina del Fantacalcio pratese è Marco Monzali, oggi direttore di Radio Gas e le squadre sono formate dai nomi arcinoti della pratesità. Tanto per citarne qualcuno: Sandro Veronesi, lo scrittore, che coinvolge l'altro scrittore, oggi deputato, Edoardo Nesi. Poi c'è la squadra dei giornalisti con Piero Ceccatelli, ex caposervizio della Nazione, Brunello Gabellini, ex portavoce dei sindaci Mattei e Romagnoli, e Paolo Toccafondi ex caposervizio del Tirreno che daranno vita alla formazione dei media: la "Stampdoria".

Ma nel campo virtuale del Fantacalcio scendono squadre dai nomi fantasiosi: la "All black" dell'avvocato Giandomenico Mattei con forte propensione politica a destra o la "Floridita de Cuba". Tra i più accaniti ex politici come Renzo Baroncelli, ex Psi o Gianluca Bini, ex An che tutt'ora guida le sorti del fantacalcio nostrano. E poi Roberto Rosati, ex assessore e Stefano Cecchi, tra i giornalisti di punta della Nazione.«Erano riunioni lunghe e tormentate - ricorda Tomada - che spesso terminavano con litigi clamorosi. Ne ricordo una, rumorosissimo, per strada appena finita la riunione. Molte amicizie si sono interrotte negli scontri del Fantacalcio e altre invece sono nate». E ancora durano. Potere del pallone.

Ma ormai siamo agli sgoccioli, all'ultimo libro d'oro del Flora, l’undicesimo, del 2015, che si chiude con una vecchia conosce, il jazzista Stefano Bollani e con la firma di un "padre nobile" Stefano Rodotà. «Sono orgoglioso - dice Tomada - sui registri la storia del Flora inizia con Spadolini e finisce con Rodotà. Non potevo chiedere di meglio. Ma forse, chissà, l'ultimo capitolo resta ancora da scrivere».Un augurio? Forse una promessa. Forse una speranza. Arrivederci hotel Flora.

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