Il Tirreno

Prato

Giovane incastrato dal sangue sul “gesso”

Giovane incastrato dal sangue sul “gesso”

Fermato per l’omicidio del Campaccio, dice di non ricordare

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PRATO. Erano almeno in quattro sotto quel gazebo dei giardini di via del Campaccio. E non era la prima volta che il gruppo si ritrovava lì, per bere, per parlare di affari (illeciti) e per tirare tardi. E lì sabato 26 marzo, la notte del feroce assassinio di Fouad Ouahboun, c’era anche - secondo quanto ricostruito dagli uomini della squadra mobile comandati da Francesco Nannucci e dal sostituto procuratore Laura Canovai con il procuratore capo Giuseppe Nicolosi - Hicham Legdali, 24 anni, originario del Marocco e senza fissa dimora. L’uomo è ora in stato di fermo accusato di aver assassinato Fouad Ouahboun.

Sul movente ci sono poche certezze ma pare certo che vittima e presunto carnefice fossero in affari. Droga forse. Legdali, già fermato in passato dai carabinieri, ha anche precedenti del genere. Con loro c’era anche un terzo uomo. Su di lui gli inquirenti mantengono la massima riservatezza. Lo stanno ancora cercando. Potrebbe essere stato complice dell'assassino, potrebbe essere stato solo un testimone.

Sotto al gazebo c’era anche una donna, ritenuta fondamentale nella ricostruzione della vicenda. Quarantotto anni, residente nella zona, italiana, aveva una relazione con la vittima. E anche lei è stata picchiata. Ha traumi sul volto, sulla testa e segni che raccontano di una lotta in cui si è difesa. Dice però di non ricordare niente, che aveva bevuto e che non sa cosa sia successo.

Cosa è accaduto? Perché lei ha potuto difendersi mentre sul corpo della vittima non ci sono segni di alcuna reazione? Non ha ammesso eventuali responsabilità il giovane marocchino accusato di omicidio e sentito nel giorno di Pasqua e ieri in Tribunale quando (assistito dall’avvocato Bertei) è stato sentito dal giudice per la convalida dell’arresto. Ha detto di essere stato presente ai giardini ma di essersene andato lasciando due persone, tra cui la vittima mentre parlavano tra loro senza che nulla fosse successo. L’arma che ha frantumato il volto della vittima tanto da rendere l’uomo irriconoscibile non è stata trovata e a far propendere sul giovane marocchino le responsabilità sono due indizi.

Hicham Legdali, in base a quanto riferito dal procuratore capo Nicolosi in conferenza stampa, aveva sul gesso che portava al braccio (per una frattura precedente) delle macchie di sangue della vittima. A provarlo l’esame del Dna effettuato in tempi record. Così come altre macchie ematiche, sempre di Fouad, sono state trovate sulla scarpa destra dell’uomo. Il gesso (ora sequestrato) era stato manipolato, forse nel tentativo di togliere i segni che potessero legarlo a quella sera. Secondo l’avvocato difensore ci sono alcune incongruenze, tra le quali il fatto che Hicham sia tornato sul luogo del delitto già sabato mattina, quando è stato fermato. Di fronte al gip, Hicham ha ripetuto quello che aveva già detto al sostituto Canovai, e cioè che aveva iniziato a bere insieme agli altri fin dalla mattina e poi non ricorda che cosa sia successo. Così come non spiega quelle macchie di sangue. Se la polizia riuscirà a trovare il quarto uomo, forse la storia si chiuderà definitivamente. Intanto dall’autopsia è emerso che la vittima potrebbe essere stata colpita con una serie di calci al volto. Lo proverebbe l’impronta di una suola di scarpa.

Ilenia Reali

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