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Prato

Il 20% dell’economia pratese è frutto del lavoro cinese

PRATO. Un’economia ancora attiva e vitale, nonostante i momenti di difficoltà attraversati, votata all’export e sviluppata anche in settori diversi dal manifatturiero. Trainata da imprese dinamiche...

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PRATO. Un’economia ancora attiva e vitale, nonostante i momenti di difficoltà attraversati, votata all’export e sviluppata anche in settori diversi dal manifatturiero. Trainata da imprese dinamiche – il 12% di quelle individuate in tutta la Toscana, la maggior parte attive nel tessile e confezione - e sostenuta da una produzione cinese cresciuta negli anni, che rappresenta oggi l’11% del prodotto interno lordo cittadino oltre a un indotto che porta la quota cinese fino al 20% del totale dell’economia della città. E’ il quadro illustrato dal direttore dell’Irpet, Stefano Casini Benvenuti, invitato a parlare delle prospettive del tessile e abbigliamento da Pratofutura, associazione culturale che da oltre trent’anni affronta le questioni di economia e sviluppo per delineare prospettive per la città. L’incontro, a cui hanno partecipato tra gli altri anche l’assessore regionale alle Attività produttive Stefano Ciuoffo e l’assessore allo Sviluppo economico del Comune Daniela Toccafondi, si è svolto in una delle aziende storiche del distretto, il Lanificio Mario Bellucci, seconda tappa nei luoghi della produzione voluta da Pratofutura per accendere i riflettori sulla capacità imprenditoriale della città. «In un territorio che si conferma ricco di capacità produttiva e buone imprese occorrono politiche mirate per sostenere l’impegno dei privati», commenta Giovanni Santi, presidente di Pratofutura. «Da una parte, si auspica uno sforzo sempre più convinto per l’emersione e la legalità dell’economia cinese che deve confrontarsi con le imprese italiane al pari livello: solo così potremo avere vera integrazione e opportunità di sviluppo. Dall’altra – aggiunge Santi – una politica vicina alle esigenze del territorio: sostegno alle imprese che trainano e insieme azioni a favore di quelle imprese ‘di seconda fascia’ che rappresentano comunque nodi cruciali per la tenuta dell’intera filiera e di tutto il nostro sistema produttivo».

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