Il Tirreno

Prato

teatro fabbricone

“Crave”, doloroso viaggio nel male di vivere

“Crave”, doloroso viaggio nel male di vivere

PRATO. Sarah Kane era quello che si dice un'anima dantesca. Un'autrice tormentata, scomparsa prematuramente, un angelo dell'Inferno, che con suoi testi teatrali, raccontava gli abissi del dolore e...

2 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Sarah Kane era quello che si dice un'anima dantesca. Un'autrice tormentata, scomparsa prematuramente, un angelo dell'Inferno, che con suoi testi teatrali, raccontava gli abissi del dolore e del desiderio, la speranza e la disperazione.

Da oggi fino a domenica 28 febbraio il teatro Fabbricone (feriali ore 21, festivo ore 16) ospita il suo lavoro "Crave", tappa finale di uno studio che il regista Pierpaolo Sepe conduce da alcuni anni sulla sua drammaturgia.

La parola "crave" significa febbre e in questo lavoro diventa metafora del male di vivere attraverso due storie di disagio, volutamente "anonime".

I protagonisti sulla scena sono quattro - Gabriele Colferai, Dacia D'acunto, Gabriele Guerra e Morena Rastelli - e se già nel testo della Kane si chiamano solo A, B, C ed M, anche la regia di Sepe non li definisce meglio, caratterizzandoli come entità spersonalizzate, con psicologie che si fondono in ondate emotive tradotte in immagini violente, portavoci di dialoghi spezzati, monologhi, singole frasi, invocazioni e frammenti di storie che disegnano, in forma libera e musicale, un intreccio di motivi che lascia intuire i contorni del mosaico di una vita.

Due le storie in evidenza dunque, quella di A un uomo anziano, che ha una storia malata, morbosa e violenta, con C), appena adolescente, che non sopporta di amare quell'uomo nonostante le sue violenze; e quella di M, una donna sulla via della vecchiaia di cui ha un gran timore, che vuole un figlio a tutti i costi per non restare sola da vecchia, ma lo vuole senza amore da B, poco più che un ragazzo, che la rifiuta in modo umiliante, perché egli in realtà vorrebbe amore, ma non gliene viene dato.

" Crave è la febbre - spiega il regista Pier Paolo Sepe - il desiderio di vivere di quattro anime, rinchiuse in un mondo proprio, nell'incomunicabilità più assoluta che affrontano, soli, con un destino già segnato.

D'altronde, cos'è la vita se non una parentesi concitata tra momenti di non esistenza? Vivere è un gioco, quello dello stare al mondo e "non sempre si può", almeno non seguendo le proprie regole né tantomeno quelle altrui.

La ricerca del sé si infrange contro il muro della realtà e non c'è pace, non c'è amore, non c'è perdono, nè riposo in questo inferno che chiamiamo vita…".

Al Teatro Fabbricone dal 26 al 28 febbraio (feriali ore 21, domenica ore 16).Biglietti da 7 a 17 euro.

Miriam Monteleone

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web