Il Tirreno

Prato

Vi racconto la globalizzazione dentro casa mia

di Caterina Francesca Guidi
La grande teiera realizzata per la Festa delle luci
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La grande teiera realizzata per la Festa delle luci

Le riflessioni di una ricercatrice pratese sulla Festa delle luci che per tre giorni ha animato Chinatown

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PRATO. La Festa delle luci che si è svolta da venerdì 19 a domenica 21 nel Macrolotto zero in occasione del Capodanno cinese ha suscitato un vivace dibattito in città. Questo il contributo inviato al Tirreno da Caterina Francesca Guidi ricercatrice dell'European University Institute di Fiesole.

Domenica 21 febbraio, ore 9.30, alla stazione di Prato Porta al Serraglio arriva un carico pieno di brasiliani, catalani, colombiani, polacchi, rumeni, spagnoli, svedesi, tedeschi, veneti, pisani, grossetani e fiorentini. E' domenica mattina e i greci sono rimasti a dormire: a volte è meglio non disattenderli gli stereotipi europei. Coinquilini, colleghi e amici siamo qui per la stessa ragione: festeggiare il Capodanno Cinese, entrare insieme alla comunità wenzhouese di Prato nel nuovo anno della Scimmia, lasciarci i rimpianti dell'anno vecchio dietro le spalle e scoprire quante facce può avere l'interculturalità.

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Ho lasciato Prato per la prima volta a diciannove anni nell'ottobre del 2002, da lì si sono susseguiti 13 case e 12 traslochi in almeno cinque paesi d'Europa e in svariate città d'Italia ma sono nata in Via Erbosa, nel cuore pulsante di quella che amiamo chiamare Chinatown. Non so se la mia valigia emozionale corrisponda a quella dei miei concittadini, so soltanto che dove vado, incontro e nell'incontro, le mie radici incuriosiscono. Per questo dal Canada al Giappone, dalla Danimarca alla Nuova Zelanda, dalla Bosnia all'Iran, molte delle persone che ho incontrato nel mio cammino hanno avuto l'occasione di scoprire questo lembo di mondo da cui provengo.
Un lembo che ha influenzato me e i miei amici pratesi in molteplici maniere, la mia storia è simile a quella di molti altri. In tanti ci occupiamo a diverso titolo delle sfide cui ci chiamano le migrazioni dei popoli e alcuni sono diventati esperti delle culture asiatiche.

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Per tanti Wenzhou è diventata una seconda casa, lo Zhejiang una regione amata quanto quella toscana, la Cina un secondo Paese con cui commerciare, da scoprire, da studiare, da sposare. Una rara concentrazione di artisti, cooperanti, fotografi, mediatori culturali, professionisti, ricercatori e sinologi proviene da quelle strade ed alcuni, proprio in quelle strade, sono tornati ad investire la propria professionalità. Alcuni non se sono mai andati, altri pur mantenendo la cittadinanza originaria hanno eletto Prato al rango di "casa". E una "casa", si sa, è un luogo prezioso ovunque essa si trovi. Tra le complessità spiegate, Prato continua a rimanere il mio laboratorio a cielo aperto preferito: negli ultimi trent'anni dinamiche eccezionali che per noi sono diventate parte della quotidianità, devono ancora accadere altrove. E' un vantaggio comparato unico quello che abbiamo: possiamo essere esempio e guida di una globalizzazione che non abbiamo scelto, che non possiamo fermare ma che possiamo educare ai bisogni dell'uomo.

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Secondo Demo Istat, a gennaio del 2015 su una popolazione di 252.987 unità, gli stranieri residenti risultavano 40.051, quasi il 16% d'incidenza della popolazione straniera su quella italiana ma le stime non tengono conto di tutti. Oltre alla nutrita comunità cinese, albanesi, rumeni, pakistani e marocchini rappresentano le comunità più popolose sulle 120 diverse nazionalità presenti sul territorio. A Chinatown da anni va in scena la fase] due dell'incontro: il dialogo interetnico tra le diverse comunità. Le complessità naturalmente sono molteplici e affatto banali, negarle non aiuta la soluzione perché la sicurezza non ha colore politico. La convivenza continua a essere difficile per molti: cassonetti che strabordano d'immondizia, l'evasione fiscale, la mancanza di documenti, la microcriminalità di vario tipo, il gioco d'azzardo, la prostituzione, la scarsa illuminazione delle strade, i cantieri a cielo aperto mai ultimati e la discontinua attenzione da parte dell'amministrazione e delle forze dell'ordine ai problemi reali.

Una dualità continua, inoltre, contraddistingue la maggior parte degli abitanti di Casarsa, Chiesanuova e San Paolo: sono "cittadini" di nome, spessi nati sul territorio, ma per legge non possono esercitare alcuni diritti essenziali come quello del voto politico. Chi invece si ritiene "pratese" a più diritto di altri è spesso figlio dell'emigrazione che massiccia, all'indomani del boom economico italiano, arrivò dalla Campania, Puglia, Sicilia e Veneto e contribuì a far fiorire il settore tessile cittadino, rendendoci a merito una città conosciuta per l'accoglienza. Il malcontento, le cassaintegrazioni dei più o meno giovani dinanzi alla crisi, il lavoro mal pagato e sottoposto privo di tutele, la mancanza di prospettive non hanno distinzione di nazionalità. E senza distinzione di nazionalità, la rabbia di chi vive lì va compresa e capita, va accolta e ne va fatto tesoro perché' è il carburante che sottende all'incontro. E la Festa della Luci ha parlato di questo, dell'incontro tra una parte e il resto della città che la nostra Chinatown non la conosce, non la abita e non la vive. Ma pure dell'incontro tra vicini che si guardano d'improvviso con occhi diversi, l'incontro tra bambini con il pretesto del gioco. Ed è stato meraviglioso. Non parlano (soltanto!) i numeri e il riscontro del pubblico, ma soprattutto la felicità negli occhi di chi quella festa l'ha vissuta.

Bambini, anziani, stranieri, concittadini, ieri eravamo lì tutti insieme compatti al seguito del dragone. Per tre giorni sono state create occasioni d'incontro uniche: mappando il territorio, chiedendo ai cittadini di parlare delle criticità, festeggiando con fenicotteri e panda di carta la nostra ricchezza. La ricchezza, appunto, di una complessità spiegata. Grazie, quindi, a chi questa iniziativa l'ha pensata e realizzata.Continueranno i problemi, certo, e non cesseranno gli arrivi. Non basta una mano di vernice a dirimere i conflitti, a ridurre la marginalità sociale o la devianza, ma mettetevelo bene in testa che nessun uomo può fermare la corsa al benessere, alla pace e ai diritti di un altro, per fortuna.

Prato mi ha appassionato con rara curiosità a questo insegnamento che non avevo ancora cinque anni e tanti dei miei concittadini lo sanno bene. A quelli non ancora convinti tra di loro dovremmo chiedere soltanto di aprire gli occhi. Guardarsi intorno e conoscere l'altro, proprio come avete fatto in questi tre giorni appena trascorsi, andare verso le sfide cui la convivenza ci chiama con la stessa beata innocenza con cui avete guardato le lanterne salire in cielo, o avete scattato una foto ai danzatori, che variopinti passavano sotto casa. Continueremo a raccontarvi negli articoli, nelle ricerche, nei rapporti del contributo economico e umano che i migranti - che poi sono donne e uomini, ricominciamo dai concetti semplici - producono nelle nostre società a livello demografico, previdenziale, lavorativo, sanitario, ma niente è efficace come l'esperienza diretta. Basta la conoscenza, infatti, a innescare la curiosità per la diversità che, senza retorica, fa spesso rima con ricchezza. Guardandosi senza fretta, ci si scopre uguali: nelle aspirazioni, nei bisogni, nelle criticità. Buon Anno della Scimmia, quindi!

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