Via Toscana, 7 ore “in cerca” dell’agibilità
Ultima udienza del rogo del Macrolotto prima della requisitoria del pm fissata per giovedì 28
PRATO. Sette ore di domande e risposte e non senza momenti accesi, o di confronto esuberante, nell'aula Ambrosoli del Tribunale di Prato. Un dibattimento, ieri, quello del processo sul rogo di via Toscana simile agli ultimi minuti di una partita di calcio dove ormai il più è stato fatto ma in cui le squadre provano qualche tiro in porta.
Per cominciare, un lungo controesame per il perito della difesa Luigi Romano (imputati sono Massimo e Giacomo Pellegrini) che ha risposto a una serie di domande tecniche per riuscire a sciogliere la matassa sul fatto che l'edificio avesse o meno l'agibilità e quale fosse l'iter seguito negli anni per avere il nullaosta dei vigili del fuoco e sanare il capannone. Un controesame che si è reso necessario dopo che l'avvocato di parte civile del Comune Stefania Logli nell'ultima udienza, a sorpresa, aveva presentato documenti tra cui la domanda di sanatoria del capannone presentata nel 1986.
Il perito partiva dall'assunto che la richiesta in sanatoria contenesse anche il certificato di agibilità che al termine dell'udienza, e anche sulla base della testimonianza del progettista De Renzis, non sarebbe venuto fuori. Per il pm Lorenzo Gestri però il vero tiro in porta dell'accusa ci sarebbe stato al momento in cui il super perito ha dovuto prendere atto che il certificato di agibilità (anche nel caso ci fosse stato precedentemente) doveva essere comunque richiesto al momento della concessione in locazione nel febbraio 2012 (se la proprietà fosse stata al corrente che c'erano i soppalchi) poiché una normativa lo rende obbligatorio se le variazioni ne diminuiscono la sicurezza.
Cosa c'era esattamente nella domanda di sanatorio? Una risposta che è stato chiamato a dare, sempre ieri, anche il progettista dell'ormai famoso Lotto 82 Giancarlo De Renzis. Il professionista ha quindi chiarito come si arrivò alla realizzazione del sistema antincendio, qual era la documentazione contenuta nella concessione e quindi nelle richieste del nullaosta per l'antincendio richiesto nel 1985 da chi occupava i singoli capannoni e a cui poi lui, due anni dopo, aveva allegato una relazione documentale. Durante la testimonianza De Renzis ha escluso di aver chiesto l'agibilità distinguendo le pratiche.
Un'udienza molto tecnica e probabilmente poco utile al processo per cui, alle fine, conterà come sono morti i sette lavoratori (si sarebbero salvati se non fossero stati a dormire?) e se i Pellegrini fossero stati o meno a conoscenza della presenza dei soppalchi. Elementi di cui si è dibattuto nelle udienze precedenti e su cui si è tornati durante il controesame delle parti civili del perito della difesa per la parte medica Brunero Begliomini. E qui ne è venuto fuori quasi un siparietto tra l'anatomo patologo e l'avvocato dell'Inail Giuseppe Quartararo con il giudice Giulio Fanales a fare da arbitro richiamando spesso "all'esigenza di mantenere serenità in aula". Begliomini ha ribadito che i lavoratori sono morti per l'inalazione di acido cianidrico, una sostanza che porta all'inabilità in appena 13 secondi. Le scaramucce verbali erano però arrivate qualche minuto prima con l'analisi della salute dell'unico superstite Chen Changzhong che in base ai certificati Inail avrebbe avuto danni permanenti per l'ustione al braccio e all'avambraccio e per crisi di panico attestati a partire da giugno. Danni che Begliomini non ritiene dimostrati. Giovedì 28 requisitoria del pm Gestri.
Ilenia Reali
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