Il Tirreno

Prato

I pratesi sulle strade di Parigi sotto attacco

Quattro testimonianze dalla capitale francese insanguinata dai terroristi «Siamo stati per ore dentro un portone perché non potevamo tornare a casa»

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PRATO. Le sirene delle ambulanze e poi un silenzio irreale, stranissimo per un venerdì sera in una zona solitamente affollata di giovani. Questo ha sentito Nora Zannoni, pratese di trent'anni che vive a Parigi, a duecento metri dalla sala da concerti Bataclan, teatro della strage di venerdì sera nella capitale francese.

«Nessuno se l'aspettava - racconta al telefono Nora - Nel pomeriggio avevo sentito alla radio di un allarme bomba allo stadio, ma tutto era rientrato. Io stavo per uscire, dovevo raggiungere alcuni amici in un bar qui vicino, mi hanno chiamata e sono rimasta a casa. Ho sentito le sirene, poi il deserto, un silenzio assoluto. No, non ho sentito colpi di arma da fuoco, ma quel silenzio faceva paura. Dovete capire che questa è la zona più popolare di Parigi il venerdì sera. I terroristi hanno scelto i posti dove sapevano che c'era più gente».

Gli amici di Nora sono rimasti barricati per ore nel bar dove si erano dati appuntamento, mentre le forze speciali della Gendarmerie cercavano di mettere le strade in sicurezza. Nora Zannoni, che sta facendo un dottorato in chimica dell'atmosfera all'Università di Parigi Orsay, abita in una traversa di Avenue de la Republique, nell'undicesimo Arrondissement, quello più colpito dagli attacchi terroristici. «Vivo a Parigi da tre anni - spiega - e da appena un mese mi sono trasferita qui, è una zona molto centrale e carina». Il Bataclan, dove sono morte almeno 80 persone, dista appena duecento metri, ma da casa di Nora non si sono sentiti gli spari. «Quando ho sentito degli attentati all'inizio non riuscivo a capire - racconta Nora - Ero scioccata, come tutti, ma anche arrabbiata per una cosa senza senso. E ora ho paura perché non si sa se c'è ancora gente armata in giro. Ma anche se li avessero presi o fossero tutti morti, certamente ce ne sono altri pronti a fare le stesse cose, colpendo la gente a caso». Nora spiega che dopo l'attentato a Charlie Hebdo e l'arresto di un terrorista sul treno nel nord della Francia «si vedono più militari in giro, soprattutto alle fermate della metro». Ma anche che Parigi non si sentiva, almeno fino a ieri sera, una città sotto assedio. Ora tutto è cambiato.

Anche il fotografo pratese Filippo Bardazzi è a Parigi in questi giorni per seguire la fiera "Paris Photo" e alloggia da un'amica ad appena 100 metri dall'ingresso del locale Bataclan, ma venerdì sera non ha potuto rientrare a casa. «Ero insieme ad alcuni amici nel quinto Arrondissement, abbastanza distante dai luoghi degli attentati - racconta - Intorno alle 22 ha iniziato a spargersi la voce degli attacchi e anch’io ho notato quel clima irreale, con le strade deserte, i locali che chiudevano uno dopo l'altro. Appena abbiamo capito quello che stava succedendo ho pensato di tornare a casa ma gli amici me lo hanno sconsigliato». Ora, a distanza di ore, Bardazzi è rientrato nel suo appartamento.

«Qui intorno c'è il solito circo mediatico - spiega - La polizia non ti fa avvicinare, c'è una sensazione diffusa di insicurezza perché non sai quando può finire. Se ti sparano da una moto mentre stai cenando in un piccolo ristorante cambogiano ti può capitare ovunque, a chiunque». Ma c'è un particolare che forse rende ancora meglio la sensazione di spaesamento di fronte a fatti simili. Filippo è un fotografo e ha con sé la sua macchina, ma confessa di essere in qualche maniera inibito dal documentare quello che sta accadendo. Di fronte alla tragedia non gli viene naturale.

Sensazioni simili a quelle provate da Andrea Santi, 25 anni, di Migliana, che vive da un anno a Parigi, dove lavora per una società di consulenza e anche lui abita nell'undicesimo Arrondissement. «Eravamo in un ristorante della zona dell'Opera - racconta - quando abbiamo sentito quello che era successo. Siamo rimasti nascosti per un po' di tempo dentro il portone dell’abitazione di un amico di cui conoscevamo il codice, perché se fossimo rientrati subito saremmo passati dalle zone interessate dalle sparatorie. A un certo punto ci siamo avviati a piedi, visto che c'erano pochissimi taxi, ma quasi subito è arrivata la notizia di un'altra sparatoria a Les Halles e ci siamo fermati». Insomma, una città fino a un attimo prima relativamente tranquilla che si trasforma all’improvviso in un terreno ostile. «Alla fine sono rientrato alle 3 di notte, quando la situazione è un po' migliorata». Santi abita tra la sala da concerti Bataclan e il ristorante Petit Camboge, uno dei primi a essere attaccati, e dove lui stesso almeno una volta ha cenato. «Stamattina sono uscito e ho visto una città che si sta riprendendo - conclude - Hanno preso uno schiaffo, ma si rialzano». «Quando è successo eravamo a cena e appena uscite mi hanno chiamata le amiche dall'Italia per sapere se stavo bene e noi ancora non sapevamo nulla - racconta Clara Donati - Siamo venute subito in albergo con un tassista che ci ha un po’ aggiornate e siamo rimaste chiuse qui. Stamattina silenzio tombale per le strade, il Louvre era aperto e gratis, siamo entrate e dopo neanche un’ora ci hanno fatto uscire tutti, ci è preso un po’ il panico sinceramente in quel momento».

Paolo Nencioni

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