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Teresa Moda, i periti: "Gli operai sono morti in meno di un minuto"
Prato, l'ingegnere Luigi Romano e il medico legale Brunero Begliomini, testi della difesa, raccontano un'altra verità: le sette vittime uccise all'istante dai fumi di monossido e cianuro. L'immobile di via Toscana aveva l'agibilità dal 1983 ma è sull'idoneità antincendio che si gioca il processo
PRATO. I sette operai della Teresa Moda, la ditta di confezione a conduzione cinese andata a fuoco all’alba del primo dicembre 2013, sarebbero morti comunque, senza possibilità di scampo, uccisi dalla concentrazione altissima e letale di fumi di monossido di carbonio e di cianuro sprigionati «dalla decomposizione dei materiali tessili presenti in altissima quantità dentro il capannone».
E’ la verità raccontata nell'udeinza di venerdì 30 ottobre (giudice monocratico Giulio Fanales) dal perito della difesa Luigi Romano, ingegnere, autore di una super perizia per conto dell’avvocato Alberto Rocca che difende Massimo Pellegrini, proprietario dell’immobile di via Toscana assieme al fratello Giacomo.
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Ultime battute della fase dibattimentale del processo bis per le morti di via Toscana (un primo processo si è concluso con la condanna dei conduttori cinesi per omicidio colposo plurimo e per omissione dolosa delle norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro), nel quali sono imputati unicamente i fratelli proprietari del capannone industriale.
Udienza dedicata a due testi: il perito Romano e il medico legale Brunero Begliomini che da mezzogiono fino al tardo pomeriggio, con slide e filmati, hanno ricostruito, da una parte la storia amministrativa del capannone utilizzato fin dagli anni Ottanta da una ditta tessile e dall’altro - con il contributo del medico legale - le cause di morte dei sette operai.
Se fino a oggi la verità processuale parlava di uomini in trappola, morti perché non erano riusciti a trovare una via di scampo, i periti hanno raccontato un’altra storia, quella di uomini - forse al lavoro, forse addormentati dei dormitori di cartongesso ricavati in un soppalco - «che probabilmente non si sono nemmeno accorti - ha detto Romano - di quel che stava accadendo». Una morte - ha affermato il medico legale - arrivata nell’arco di nemmeno un minuto che, dall’analisi delle condizioni dell’ambiente della fabbrica, con almeno un migliaio di chili di materiale tessile stivato, non ha lasciato scampo.
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«E’ stata inconsistente - ha affermato Begliomini - la possibilità di reazione da parte degli operai in presenza della sommatoria degli effetti del monossido di carbonio e del cianuro». Pochi numeri, presentati in una slide: 224 chili di materiale tessile (cotone, acetato, viscosa eccetera) sprigionano in un ambiente chiuso 38 chili di monossido di carbonio che in una concentrazione dell’1,3% dà un’attesa di vita di 13 secondi.
«Si chiama flashover - ha spiegato Romano - ed è la tipologia di incendio che si ha in un ambiente chiuso». Quello che, con buona approssimazione, è accaduto anche quella notte tragica: le fiamme sono partite da in fondo al capannone, sulla parte destra, sotto il soppalco sul quale dormivano gli operai, proprio di fianco a una porta tagliafuoco oltre la quale era collocato uno dei due estintori. Le prime due fasi del flashover, il focolaio e la cosiddetta pirolisi, sono silenti, la terza è devastante.
«La pirolisi - ha detto il perito - è il momento nel qual le fiamme, che si mantengono basse perché consumano l’ossigeno presente nell’ambiente, provocano un fumo denso, in grado in pochi minuti di saturare l’ambiente. Ed è questo fumo altamente tossico e concentrato che alla fine si incendia». Ed è l’inferno.
Elementi nuovi sono emersi anche dalla controperizia sullo stato dell’immobile, ricostruzione fondamentale per valutare la responsabilità degli imputati. Secondo Romano, che ha presentato la documentazione, l’immobile nel 1983 - dopo collaudi e concessione in sanatoria - ha ottenuto la dichiarazione di agibilità. Bisogna fare un salto di più di dieci anni per arrivare al 1995 quando i proprietari del tempo richiedono il Nullaosta provvisorio (Nop) per l’idoneità antincendio.
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Ed è quei che la materia si fa delicata: l’impianto antincendio all’interno della fabbrica esiste ed è a norma (due estintori, uno sul fondo del locale all’interno di una torretta con porte tagliafuoco che se raggiunta avrebbe garantito la salvezza degli operai cinesi e l’altro all’ingresso collocato sulla parte esterna dell’edificio). L’idoneità l’edificio non la ottiene «perché - spiega il perito - mancava il deposito di un’attestazione. Ma contrariamente a quel che accedeva di solito, i vigili del fuoco non dettero all’epoca l’ordine di fermare l’attività appunto perché l’impianto di sicurezza esisteva». E’ nel 1998 che la normativa cambia e la responsabiltà delle idoneità passa dal proprietario dell’immobile, al conduttore.
Dunque, sulla valutazione di questi elementi “borderline” si baserà la decisione finale. Che si avvicina a grandi passi: nella prossima udienza, fissata per il 23 novembre, il pm farà la requisitoria, poi toccherà alle discussioni della difesa e infine la sentenza.
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