Il presidio
Quaranta bambini esclusi dalla scuola
Prato, aule strapiene, non si trova posto per Antonio, Giulio e Cristina. Il preside delle Mascagni: «Situazione preoccupante»
PRATO. Ha 13 anni ma non frequenta la terza media. Ad Antonio tocca restare a casa. Ha salutato i nonni rimasti in Cina, affrontato un lungo viaggio per “ricongiungersi” alla sua famiglia d’origine, a Prato. E per sentirsi sbattere in faccia la porta dalla scuola italiana. Ma lui in Italia c’è nato, tanto da essere italianizzato anche nel nome, benché mastichi poco o niente la nostra lingua. Sua madre ha provato in tutti i modi a iscriverlo all’istituto “Puddu”, ma è stato rimbalzato. Niente da fare. Classi piene. «Lo manderò alla scuola delle associazioni cinesi: mio figlio è deluso, si è sentito rifiutato», racconta sua madre Lina.
Aveva spedito il bimbo in tenera età dai nonni in Cina per avere un punto d’appoggio. Fanno così tante famiglie orientali che lavorano e scelgono di rimandare i figli piccoli nel paese d’origine anche per fare in modo che i piccoli prendano confidenza con il cinese. Ad agosto Antonio ha riabbracciato i genitori in attesa di sentir suonare la campanella del 15 settembre. Che non è mai suonata.
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Anche Giulio e Cristina sono i “nuovi pratesi” respinti dalla scuola. Dieci anni il primo, nove anni la seconda. Rientrati il 23 luglio, giusto il tempo di preparare zaino e libri per la quinta e la quarta classe. A gennaio la madre, Sofia, era andata a bussare alla porta del “Mascagni” perché, da stradario, la primaria di via Toscanini risultava la più vicina a casa. «Mi hanno chiesto di tornare a settembre, quando mi hanno risposto che non c’era più posto». Sofia non si arrende e, nel proverbiale giro delle sette chiese, rimbalza da un istituto all’altro. «Ho girato diverse scuole ma non c'era posto. Alla fine, dopo tanti tentativi, sono finita alle “Pier Cironi” dove mi hanno trovato una sistemazione in una scuola di via Firenze». Così, Giulio e Cristina sono stati inseriti in corsa.
«La rabbia più grande è il senso di esclusione che provano i nostri figli», racconta con un filo di rassegnazione Sofia. Nel frattempo, ha chiesto aiuto a un’amica connazionale che, parlando meglio l’italiano, è andata a perorare la causa dei bimbi esclusi in Comune e Provincia. «Come si fa a fare integrazione se le istituzioni non ci mettono in condizioni di integrarsi?», si chiede Alessia che ha in mano una ventina di nominativi.
La patata bollente, in realtà, è in mano all’ufficio scolastico provinciale mentre i presidi devono dividersi tra gli obblighi del diritto allo studio e le regole sulla sicurezza.
«Alle "Mascagni" non possiamo formare classi di oltre 25 alunni – spiega Laura Papini, preside "in trincea" nel quartiere ad alta densità cinese – Già a gennaio di quest'anno, al momento delle iscrizioni, eravamo alla saturazione completa. La situazione è preoccupante, abbiamo costituito un coordinamento di tutti i dirigenti lavorando a contatto con l’ufficio immigrazione del Comune, al quale via via trasmettiamo l’elenco aggiornato dei bambini esclusi. Ne avevamo una quarantina qualche settimana fa ma solo una minima parte è stata sistemata. A fine ottobre rifaremo il punto».
Come si risolve? I presidi stanno facendo i salti mortali per distribuire tra gli istituti meno affollati i neoarrivati (potrebbero essere anche italiani). Può capitare che l’alunno, pur di frequentare, debba finire dall’altra parte della città. «Se rimane a casa – precisa Papini – può dipendere anche dalla scarsa volontà dei genitori di accettare spostamenti più lunghi».
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