«Sopravvissuto al deserto Ora ricomincio da Prato»
Il racconto dei profughi ospitati in un appartamento della coop Pane & Rose Khaled: «Sequestrato per un anno, ma non sono qui per chiedere l’elemosina»
PRATO. Sette giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana hanno dato vita ad una piccola “famiglia” condividendo un appartamento. L'esperienza tecnicamente si chiama accoglienza diffusa e prevede appunto il raggruppamento dei profughi in piccole strutture, gestite dagli operatori delle cooperative, con lo scopo di migliorare il processo di integrazione con il territorio. Tutti hanno il sogno di poter restare a vivere in Italia, magari a Prato e tutti si sono lasciati alle spalle storie difficili e dolorose.
«Sono contento di partecipare alle attività di volontariato organizzate dal Comune di Prato - spiega Randi - Il lavoro ha sempre fatto parte della mia vita sin da quando ero molto giovane e sono grato per questa possibilità di dare il mio personale contributo alla comunità che mi ospita». Randi è scappato dal Ghana insieme ad altri 19 richiedenti asilo ed arrivato a Prato accolto dalla Cooperativa Pane&Rose, dalla Cooperativa 22 e dal Consorzio Astir.
Ha partecipato al progetto “Accoglienza straordinaria e impegno civile” promosso dal Comune di Prato in collaborazione con Asm, Arci e Caritas. Il progetto ha visto l’impiego dei richiedenti asilo in attività socialmente utili, in supporto alla cura del percorso ciclabile di Prato e in supporto alle attività di promozione sociale delle associazioni.
«Sono fuggito dal mio paese- racconta ancora Randi - perché la mia vita era in pericolo. Ho fatto un lungo viaggio attraverso il deserto con mezzi di fortuna. Per attraversarlo bisogna mettersi nelle mani dei trafficanti che caricano le persone come fossero bagagli sul cassone di un pick-up. Speravo di rifarmi una vita in Libia ma nemmeno lì ho trovato la sicurezza. Sono stato rapito assieme ad altri ragazzi da una milizia. Siamo stati picchiati e abbandonati per giorni in una capanna nel deserto. Sono stati loro poi a caricarmi sulla barca, che dopo tre giorni di mare, mi ha portato in Italia. Qui mi piacerebbe ricominciare una vita, magari proprio a Prato».
Simile anche il racconto di Kalhed che viene dal Ghana «Ho collaborato con i volontari Arci come tuttofare al Circolo. Ho conosciuto tanti ragazzi italiani della mia età e sono stato felice di essere stato per una volta un ragazzo come tanti, una persona attiva e non una persona da assistere. Non siamo qui per elemosinare assistenza, abbiamo energie, volontà e capacità per partecipare alla vita della comunità. Nel mio paese e durante il viaggio mi sono successe tante cose brutte. In Libia non c’è sicurezza per nessuno, ma per noi che proveniamo dall’Africa sub-sahariana è anche peggio. Le milizie e le bande fuori controllo ci rapinano, ci picchiano senza motivo e ci rapiscono per avere un riscatto. È successo anche a me. Sono rimasto imprigionato per più di un anno».
Ma la strada che porta a un’altra vita è ancora lunga: alcuni di questi ragazzi non hanno ancora ottenuto lo stato di rifugiati, ad altri è stato rifiutato e ora hanno fatto ricorso. Intanto frequentano corsi di italiano e collaborano con Asm nel progetto, realizzato con l'amministrazione comunale, che vede i migranti impegnati nella pulizia dei giardini pubblici. Ad oggi in tutta la provincia di Prato sono ospitati 420 stranieri provenienti soprattutto dall'Africa sub-sahariana.Di questi, 370 sono ancora in una situazione di emergenza.
«Prato - ha spiegato il vice sindaco Simone Faggi - ha dimostrato di saper essere accogliente, ma per fare questo è necessario non solo avere le strutture, ma anche il personale formato per accompagnare queste persone verso l'integrazione. Per questo ribadisco che ormai abbiamo quasi raggiunto la capacità massima di accoglienza. Intanto quattro dirigenti comunali hanno seguito un corso di formazione per poter supportare il lavoro delle commissioni esaminatrici e quindi cercare di sveltire il lavoro».
Un modello che è sostenuto anche dai consiglieri regionali del Pd Nicola Ciolini e Ilaria Bugetti, che con l'iniziativa #lacosagiusta, hanno voluto sottolineare come l' indirizzo dato dalla Regione sia il più idoneo . «L'accoglienza diffusa in piccoli nuclei – ha sottolineato Ciolini – è la giusta strada. Lo dimostra anche il successo del servizio pronta accoglienza che al 25 settembre ha registrato 470 chiamate di cui 206 di famiglie disposte ad accogliere due richiedenti asilo politico, alcune chiamate sono arrivate anche dalla Lombardia e dal Veneto, mentre la Regione Piemonte ha chiesto maggiori delucidazioni sul servizio».
Bugetti ha invece ringraziato le cooperative che lavorano sul territorio. «Il problema non sono gli alloggi, ma la qualità del servizio che offriamo. Abbiamo davanti persone che sfuggono dalla guerra e che hanno bisogno di un sostegno medico e psicologico che soltanto i professionisti possono fare». L'appartamento visitato dai consiglieri regionali è gestito da Pane e Rose. «Abbiamo altre 15 strutture similari – ha spiegato il presidente Marco Paolicchi - dove spesso il nostro personale ha anche una funzione di facilitatore sociale, intervenendo ad esempio nella gestione della vita condominiale».
Alessandra Agrati
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
