Così Ronconi a Prato ha fatto la storia del teatro italiano
Luconi: «Il laboratorio fu un’esperienza decisiva per molti» Calamai ricorda le grandi produzioni, Veronesi le emozioni
PRATO. E’ in lutto Prato per la scomparsa di Luca Ronconi, uno dei “suoi figli”. E anche se la cittadinanza onoraria gli è stata assegnata solo poco più di tre mesi fa, Ronconi si sentiva di casa in questa città che aveva scelto negli anni Settanta per dare vita al Laboratorio di progettazione teatrale e alla nascita del Fabbricone. Basta voltare pagina ed ecco che vediamo il regista sorridente arrivare in piazza del Comune per ricevere l’onorificenza, era il 15 novembre scorso. In città parlare di Ronconi è come parlare di uno di famiglia. E sono tanti quelli che lo ricordano nel suo periodo pratese. Il ritratto è uguale per tutti: personaggio schivo ma cordiale. Massimo Luconi, autore e regista, ha iniziato il suo percorso proprio come assistente di Ronconi durante il Laboratorio teatrale. E quella esperienza, Luconi, la reputa basilare per la sua formazione. «Non solo per me – precisa – ma anche per quanti hanno lavorato con lui». Luconi, come scrive nel libro sui 50 anni del Met, spiega che «il Laboratorio è stato una vera e propria università del mestiere teatrale e più ancora una palestra dove confrontarsi e scontrarsi con l’analisi teorica e la messa in pratica del lavoro e della professione. Tanti fattori hanno reso eccezionale per noi quell’esperienza - prosegue - a cominciare dalla completa disponibilità di Ronconi nel fare teatro insieme a noi, raccontando e comunicando in maniera semplice i vari momenti di analisi del testo e di lavoro con gli attori». Luconi descrive il Laboratorio come momento importante nella carriera del suo maestro. «Era fare teatro di innovazione, si usciva dai canoni tradizionali». Ricorda, dunque, gli spettacoli realizzati durante il Laboratorio come “Calderòn”, oppure “Le Baccanti” all’Istituto Magnolfi che Ronconi ridusse a un monologo con in scena solo Marisa Fabbri. E poi “La Torre” al Fabbricone. Massimo Luconi piange non solo il maestro ma anche l’amico. «Nel tempo – racconta il regista – si era venuto a creare un bel rapporto di amicizia. Una persona molto riservata, dotato di un’intelligenza raffinata. Era davvero piacevole stare con lui. Ogni tanto andavo a trovarlo o a vedere le prove di qualche suo spettacolo e lui era attento ai miei lavori, mi stimava. Quella stima più che reciproca».
Oggi il Fabbricone resta orfano. Era il 1974 quando venne utilizzato per la prima volta come spazio teatrale, in quell’anno Ronconi firmò la regia di Orestea. Ma chi ha avuto modo di vederlo non può dimenticare le scene faraoniche di “Ignorabimus” di Arno Holz che Ronconi portò a Prato alla metà degli anni ’80 quando l’esperienza del Laboratorio era terminata. «La foto di quelle scene – spiega Giancarlo Calamai che in quegli anni era presidente del Met – l’abbiamo voluta mettere nel biglietto che invitava a partecipare alla cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria di Ronconi». E fu proprio Calamai l’artefice del ritorno a Prato del regista che diresse spettacoli memorabili. Calamai traccia un ricordo di Ronconi: «E’ sempre stato riservato, quasi timido. Una persona non espansiva ma sempre aperta alla discussione. La sua vita aveva un solo nome: palcoscenico». Era un ragazzo Sandro Veronesi quando Prato era la fucina del teatro di innovazione. «Ho un ricordo bello di quegli anni – dice lo scrittore – Da spettatore seguivo quanto il regista metteva in piedi nella mia città. E le prime grandi emozioni teatrali le devo proprio a Ronconi che aveva portato il teatro a un livello europeo».
Durante gli anni trascorsi in città Ronconi sceglieva spesso per i suoi pasti il “Maddalena”. «Di solito veniva a cena – ricorda Giordano Cavicchi del locale di piazza Sant’Agostino - Era riservato e di un’educazione incredibile. Arrivava a bordo di una moto bellissima e si metteva seduto sempre al solito posto e, di solito, ordinava una minestra in brodo. A volte arrivava dopo gli spettacoli, era molto tardi ma noi all’epoca eravamo aperti anche la notte e all’una sembrava pieno giorno. Nonostante di anni ne siano passati, mi sembra ancora di vederlo al suo posto. Parlava poco ma osservava molto».
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