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dopo IL CASO eurotintoria

L’allarme di Renato Cecchi “Prato così sta morendo”

Ilenia Reali
L’allarme di Renato Cecchi “Prato così sta morendo”

Il decano dei rifinitori di Prato va giù duro: "Facciamo come l’asino della poesia del Carducci. Non si degnano i terzisti di uno sguardo ma così la fine del distretto sarà sicura"

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PRATO. “Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo/Rosso e turchino, non si scomodò:/Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo/E a brucar serio e lento seguitò”. E’ l’imprenditore Renato Cecchi, decano dei rifinitori pratesi, a scomodare Carducci per descrivere il comportamento dei pratesi davanti a quella che lui definisce, senza mezzi termini, la fine di Prato. E all’indomani della chiusura di Eurotintoria non esita a dire come la pensa. «Quando i terzisti muoiono, muore anche Prato», commenta Cecchi, titolare della Santo Stefano, uno degli ultimi gioielli tra le rifinizioni rimaste nel distretto.

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«I committenti non ci pensano» aggiunge facendo il paragone con una pubblicità di Conad, uscita in questi giorni sui giornali, intitolata “il latte si fa mungendo le vacche, non spremendo gli allevatori”.

«Si è visto chiudere Eurotintoria - aggiunge Cecchi - ma prima tante aziende terziste sono chiuse senza che nessuno dicesse niente. Nessuno muove foglia e tutte le aziende piano piano moriranno. Anche la mia perché, se nelle aziende che lavorano contoterzi non si riporta un po’ di utile, tutte sono costrette prima o poi a chiudere. Adesso si sta vedendo un po’ di luce ma si tratta di una fiammella, basta un refolo di vento e si spengerà».

Cecchi questa volta non vuol dispensare consigli né dare ricette. «Ma perché un’azienda chiude? Facile. Perché non guadagna e perché le banche ti danno i soldi solo se li hai altrimenti ti chiudono le porte in faccia. Vive di più chi ha più tenacia e spalle più forti ma poi? Può essere all’infinito?»

L'imprenditore camaleonte e il distretto che cambia

E’ amaro Renato Cecchi nelle sue valutazioni. «Io posso rimanere con le tasche vuote. Non ho certo bisogno dei soldi. Posso vendere la mia esperienza o non fare niente (data l’età) ma ci sono i dipendenti per cui davvero la ricchezza è l’azienda per cui lavorano. Non riesco a dire che cosa sia necessario fare ma so che, se i committenti e il distretto decideranno di occuparsi della situazione qualcosa potranno fare. Sarebbe sufficiente si fermassero davvero, con concretezza, a pensare alla Prato di domani».

Un problema quello della sopravvivenza delle aziende legato al distretto ma non solo. «Conad - aggiunge - ha deciso di pagare il latte una quota equa, che garantisca la sopravvivenza agli allevatori comprendendo che la vera ricchezza del made in Italy sono le filiere proprio come dovrebbe accadere qui. Ma anche a livello nazionale e non solo si dovrebbe capire che senza fare niente anche le grandi case di moda si troveranno in difficoltà. Dopo Prato un’altra Prato non c’è».

L'allarme del sindacato: Il distretto distratto

E ancora. «I problemi sono cominciati quando l’Europa ha liberalizzato tutto. Ha venduto il tessile per niente e ora siamo qui ad arrabattarci. I sindacati e le associazioni degli industriali e artigiani stanno dicendo che così non va, di lavorare a delle soluzioni. Ma dov’erano mentre l’Europa ci vendeva per quasi niente?».

 

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