Si costituisce il “pirata” «Ma non sono fuggito»
Un marocchino di 28 anni si è presentato in Questura: «Ero alla guida dell’auto che ha travolto il ragazzo in via Valentini, sono rimasto per un’ora»
PRATO. «Non è vero che sono scappato dopo aver investito quel ragazzo. Mi sono fermato più avanti, sono tornato indietro a piedi e ho provato a soccorrerlo. Anzi, sono rimasto lì per un’ora».
Chi parla è un marocchino di 28 anni, l’uomo a cui hanno dato la caccia per 40 ore, dalle 23 di sabato alle 15 di ieri, quando si è presentato in Questura col suo avvocato, Leonardo Pugi, per dire che sì, c’era lui alla guida dell’Audi A3 che sabato sera in via Valentini ha travolto e ucciso Giancarlo Ravidà, un ragazzo di 19 anni che stava attraversando la strada. Ma che no, è falso dire che lui sia scappato senza prestare soccorso. «Sono rimasto in via Valentini fino a quando non ho visto andare via l’ambulanza» ha detto il giovane marocchino, di cui non è stato reso noto il nome, al procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano e al sostituto Lorenzo Gestri durante l’interrogatorio in Procura che è andato avanti per più di due ore. Una versione che andrà verificata nei prossimi giorni ma che secondo l’avvocato Pugi ha già qualche pezza d’appoggio. «Il mi o assistito - dice il legale - ha riconosciuto una vigilessa che sabato sera ha fatto i rilievi e che oggi era presente all’interrogatorio. Inoltre ha indicato altre due persone che erano sul posto. Cose che poteva sapere solo chi era lì».
Ovviamente c’è un piccolo particolare che ha messo nei guai il giovane nordafricano: se anche è rimasto sul posto per un’ora, alla fine se n’è andato e non ha detto a nessuno di essere stato lui a investire Giancarlo Ravidà, tanto che fino a domenica mattina si sospettava che il giovane potesse essere stato vittima di un’aggressione.
A rendere più complicata la sua posizione ci sono anche le sue frequentazioni. Ieri infatti si è saputo che nell’Audi A3 guidata dal marocchino c’era anche un suo connazionale che domenica sera è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di aver rapinato una coppia di cinesi in via delle Fonti. Se anche il conducente si è fatto degli scrupoli dopo aver saputo che il ragazzo investito era morto, il suo amico 24 ore dopo aveva già dimenticato la tragedia ed era di nuovo a caccia di cinesi (due complici sono scappati). E chissà che nella decisione di costituirsi del ventottenne marocchino ora accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso non abbia pesato anche il timore che l’amico potesse aver raccontato alla polizia quello che era accaduto il giorno prima.
Di fatto il pirata della strada dice di aver accostato l’auto qualche metro dopo l’impatto, vicino alla fermata del bus, e di essere tornato indietro, di aver tentato di soccorrere il giovane ferito. Dice anche che una ragazza gli ha detto di non toccarlo perché perdeva molto sangue. Nessuno aveva visto l’investimento: i primi soccorritori devono aver pensato che l’Audi fosse la prima macchina che si era fermata per soccorrere il ragazzo a terra.
Ma di quell’auto sapevano qualcosa anche gli investigatori. Una telecamera piazzata lungo via Valentini, che non inquadra il luogo dell’incidente, la vede fermarsi, poi spostarsi un po’ più avanti. Insomma, probabilmente era questione di ore e la polizia municipale sarebbe andata a bussare alla porta della proprietaria, che è la moglie italiana del ventottenne marocchino.
Lui alla fine dell’interrogatorio è stato messo agli arresti domiciliari e verrà sentito dal gip nei prossimi giorni. Nel suo passato ci sono piccoli precedenti penali per rissa e resistenza, ora si deve difendere da accuse più gravi.
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