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Le mani dei giudici sui soldi dei cinesi rimasti a Prato
La Procura antimafia punta alla confisca dei beni degli indagati nell’inchiesta Cian Liu sull’esportazione di capitali verso la Cina. Con una nuova strategia
PRATO. Il tempo scorre veloce e la prescrizione dei reati incombe, ma la Direzione distrettuale antimafia ha escogitato un sistema per mettere le mani sui beni che, secondo i magistrati, sono frutto di riciclaggio ed evasione fiscale. Stiamo parlando delle società cinesi che, ormai più di quattro anni fa, sono finite nell’inchiesta Cian Liu (fiume di denaro) e poi Cian Ba (diga sul fiume). Nel 2010 si ipotizzò che decine di imprenditori cinesi avessero esportato complessivamente 4,5 miliardi di euro in Cina attraverso gli sportelli money transfer della catena Money2Money, in gran parte per pagare forniture di tessuti che poi potevano essere venduti anche al nero.
Il procedimento penale che coinvolge 287 indagati è al momento incagliato nelle secche di una procedura che evidentemente non riesce a gestire un così alto numero di posizioni. Partito per l’Olanda il padre dell’inchiesta Pietro Suchan (che ora fa parte dell’organismo Eurojust), il fascicolo è stato ereditato dal sostituto Giulio Monferini, che già nel maggio 2013 ha depositato l’avviso di chiusura indagini, ma non si ha notizia di una richiesta di rinvio a giudizio. E allora, calendario alla mano, aumenta il rischio che molti reati cadano in prescrizione.
Ma il sostituto procuratore Tommaso Coletta (anche lui della Dda) sta battendo un’altra strada, quella delle confische dei beni come misura di prevenzione. Di cosa si tratta? Il magistrato fiorentino, che conosce molto bene la realtà pratese avendo fatto per anni il sostituto in piazzale Falcone e Borsellino, sta inviando una serie di istanze di confisca ad altrettanti indagati facendo leva sulle norme antimafia. La premessa è che il soggetto deve essere considerato socialmente pericoloso e che ci sia una sproporzione tra il reddito dichiarato e la sua capacità di spesa.
Una volta stabilite queste due condizioni, il Tribunale può ordinare la confisca dei beni. Si tratta di un procedimento che prescinde dall’esito del processo penale e che è molto più veloce (in genere non più di 18 mesi). La Procura usa gli elementi investigativi raccolti durante le indagini della guardia di finanza, e lo scopo non è più provare la colpevolezza per i reati di riciclaggio o di evasione fiscale, ma la pericolosità sociale e la sproporzione tra reddito e spesa.
Di questo si è parlato ieri mattina, 22 settembre, in Tribunale nell’udienza in cui si doveva decidere una delle confische. Le ragioni della difesa sono state esposte dall’avvocato Olivia Nati, che difende uno dei più grossi pronto moda e import-export cinese del Macrolotto 1. I giudici hanno preso nota e si sono riservati la decisione, attesa nei prossimi giorni. Non sarà la prima. Altre sono state prese nei giorni scorsi e in un paio di casi avrebbero accolto la tesi della Procura, in un altro quelli dell’imprenditore cinese.
Sono procedimenti lontani dai riflettori, ma rischiano di essere quelli più importanti visto che, come detto, il maxi-processo che il sostituto Monferini tenta di imbastire sulle operazioni Cian Liu e Cian Ba è una macchina troppo lenta per essere anche efficace. Le misure di prevenzione, invece, sembrano più veloci e vanno a toccare interessi economici molto più concreti.
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