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Prato

Sei le violenze contestate al maniaco delle prostitute

Sei le violenze contestate al maniaco delle prostitute

Riccardo Viti verrà interrogato il 22 dal sostituto Paolo Canessa: lo accusano di altri cinque episodi oltre alla morte della giovane romena “crocifissa” a Ugnano

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PRATO. Sono sei le violenze che il pm Paolo Canessa contesterà a Riccardo Viti, 55 anni, l'idraulico fiorentino arrestato il 9 maggio per la violenza e l'omicidio di Andreea Cristina Zamfir, la giovane romena trovata la mattina del 5 maggio scorso crocifissa a una sbarra in una strada periferica di Firenze, a Ugnano. Viti sarà interrogato nel carcere fiorentino di Sollicciano martedì 22 luglio. Oltre alle violenze nei confronti di Andreea Cristina morta, come stabilito dall'autopsia, in seguito alle sevizie a cui l'aveva sottoposta dopo averla denudata e legata a una sbarra, Viti avrebbe agito nello stesso modo nei confronti di altre 5 giovani donne. Alcune di loro erano state costrette a farsi medicare in ospedale, tutte lo avrebbero riconosciuto e denunciato dopo che le immagini del suo arresto erano finite in tv e sui giornali.

Il primo episodio risalirebbe al 17 luglio 2011. Per l'accusa c'è poi stata una vera escalation negli ultimi mesi (4 gli episodi che sarebbero a lui collegati tra febbraio e maggio 2014). In tutti i casi Viti avrebbe sottoposto le giovani prostitute, trovate nelle strade di Firenze e dintorni nelle sue serate solitarie a bordo del Doblò, a pratiche di violenza e sodomia. In due casi si sarebbero consumate a Le Bartoline, nel comune di Calenzano, non lontano da dove il 22 ottobre 1981 trovarono la morte Susanna Cambi e Stefano Baldi, due delle vittime del mostro di Firenze. «Prendo atto delle contestazioni - dice il suo difensore Francesco Stefani - Credo che nell'interrogatorio di martedì prossimo molti aspetti andranno chiariti sopratutto quelli relativi ad alcuni casi». Il dna di Viti, trovato sul nastro adesivo con il quale era stata legata Andreea Cristina Zamfir, sarebbe stato riscontrato anche in altri episodi, alcuni anche più vecchi di quello del 2011. Ma non tutti, almeno al momento, gli verrebbero contestati.

«È un uomo provato, preoccupato della gravità dei reati che gli vengono contestati. Lui ora ha realizzato quanto successo ma continua a ripetere che non voleva che accadesse». Così l'avvocato Francesco Stefani, il suo difensore, parla di Riccardo Viti. In carcere Viti non è più in isolamento, «è in una cella con altri due detenuti - aggiunge Stefani - Uno di questi è Luca Delfino», l'uomo condannato a oltre 16 anni per l'omicidio di Antonella Multari avvenuto a Genova nell'agosto 2007. Stefani, che in questi mesi ha incontrato Viti diverse volte, lo descrive come «un uomo che ha sbagliato, che si assume le responsabilità di quanto successo, ma che respinge l'accusa più grave», quella di aver voluto causare la morte della giovane che lui, assicura, aveva abbandonato ancora viva. Viti in queste settimane ha avuto più volte la visita in carcere della moglie e degli anziani genitori («sono distrutti ma dicono anche che 'ha sbagliato ed è giusto che paghì» spiega ancora l'avvocato).

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