Il presidio
Bogardo salvò le fabbriche di Prato dalla distruzione
L’11 giugno 1944 ci fu l’attentato al treno del dinamitificio Nobel
PRATO. L’11 giugno 1944 una Squadra di Azione Patriottica (SAP), composta di giovani partigiani che operavano sul Montalbano, guidata da Bogardo Buricchi, fece saltare otto vagoni carichi di esplosivo prodotto dalla ditta Nobel, in sosta su un binario morto della stazione di Carmignano. Lo stesso Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Ariodante Naldi e Bruno Spinelli morirono nella terribile esplosione, il treno fu interamente distrutto, l’impressione che l’azione destò nella popolazione, nei fascisti e negli uomini della Resistenza fu enorme.
Certamente si trattò di una delle più importanti azioni di sabotaggio della Resistenza toscana e si ritiene l’episodio di Poggio alla Malva come uno dei momenti più importanti della Resistenza pratese, considerando i legami dello stesso Bogardo Buricchi con uomini che operarono a Prato, come Loris Cantini, Guido Mazzoni, Dino Saccenti e molti altri. Anche Lemmo Vannini, rersponsabile della Resistenza per il centro di Prato, ha raccontato di aver conosciuto Bogardo andando alla Catena di Quarrata in bicicletta, di aver discusso con lui e di aver assistito agli esperimenti sulla durata della miccia.
Bogardo Buricchi, nato alla Serra di Carmignano nel 1920, era un giovane cattolico ex seminarista che, dopo l’8 settembre 1943, aveva rifiutato di aderire a Salò e avevava costituito sul Montalbano una squadra di partigiani composta oltre che dal fratello Alighiero (classe 1925) e dai citati Spinelli e Naldi, da un suo compagno di studi coetaneo, Enzo Faraoni, figlio del capostazione di Carmignano che era sempre informato sui movimenti dei treni, grazie all’amicizia col vice capo stazione. Amava molto dipingere e diventerà un pittore famoso. Altri componenti del gruppo erano: Lido Sardi, amico d’infanzia dei fratelli Buricchi, Ruffo Del Guerra, di Poggio alla Malva, Mario Banci, nato a Genova nel 1922 da genitori carmignanesi. Tutti insieme o a piccoli gruppi avevano compiuto varie azioni di sabotaggio e dimostrative, come quella di mettere la bandiera rossa sul campanile di Carmignano, il 1° Maggio 1944. La fabbrica, denominata anche Dinamitificio Nobel, di proprietà della Montecatini spa, era vicino alla stazione di Carmignano, un binario la collegava con la stazione.
Al momento del sabotaggio occupava tremila lavoratori, gran parte residenti nelle frazioni circostanti. Dallo scoppio avvenuto nella notte dell’11 giugno la fabbrica non ebbe se non trascurabili danni e lamentò la morte di un guardiano, colpito da un peso caduto dall’alto per lo spostamento d’aria causato dall’esplosione; il danno più grave lo subì la ferrovia, perché si aprì una voragine enorme, profonda fino al livello dell’Arno. Là dove non erano riusciti gli alleati coi bombardamenti, cioè a distruggere o danneggiare, ma anche ad isolare dal punto di vista dei trasporti, il polverificio, ebbe successo il sabotaggio dei partigiani: dopo l’esplosione cessò la produzione e i lavoratori furono licenziati e mai più riassunti. L’esplosivo prodotto veniva caricato sui vagoni dentro la fabbrica, i vagoni erano poi dislocati lungo un binario morto della stazione e quando ce n’era a sufficienza venivano spediti sui teatri di guerra, laddove erano ritenuti utili. Bogardo deve averne parlato a lungo coi propri compagni, con Faraoni, con Spinelli, con altri che avevano lavorato alla Nobel. Deve aver pensato che quei vagoni carichi di tritolo spediti a intervalli più o meno regolari servivano per distruggere infrastrutture, monumenti, fabbriche, a causare dolore e morte e deve aver maturato l’idea di distruggere il carico che aveva davanti agli occhi in quei primi giorni di giugno, quegli otto vagoni che stavano per essere spediti. Il clima generale, in quegli stessi giorni, doveva essere ottimistico: Bogardo e i suoi sapevano sicuramente che Roma era stata liberata, che l’esercito alleato risaliva la penisola abbastanza celermente e che la guerra stava per finire.
Tuttavia, Bogardo non agisce di testa sua, ma ne parla con i dirigenti di cui si fida all’interno della Resistenza : Guido Mazzoni e Loris Cantini. Quando Faraonivenne a sapere che il carico stava per essere spedito, il gruppo decise di agire l’11 giugno. Bogardo andò a Colle, nella casa di Brunetto Fiaschi, la cui cantina era stata trasformata in deposito di armi, prelevò sette metri di miccia e un ordigno esplosivo a tempo e poi partì verso il luogo dell’appuntamento con i suoi compagni. L’appuntamento era fissato per le 0,30, a mezza collina nei pressi di Poggio alla Malva, in località Cavaccia.
Ciascuno aveva il proprio compito: dovevano essere immobilizzate eventuali sentinelle, poi Naldi e Bogardo sarebbero saliti su un vagone, aperto alcune casse di tritolo, innescato la miccia e la bomba a tempo, mentre Spinelli e Banci si sarebbero allontanati verso la Cavaccia con una cassa di tritolo asportata per far saltare, nei giorni successivi, il ponte del Mulino. Bogardo ci tenne a fare le cose per bene, perché non voleva un altro fiasco come era accaduto qualche tempo prima al Ponte dei Bini. L’operazione fu resa più semplice dall’assenza di sentinelle, sicché ci fu il tempo di fare le cose con la tranquillità che le circostanze concedevano. Chi era stato assegnato a un compito di vigilanza, come Faraoni, vide chiaramente Bogardo, il fratello Alighiero e Ariodante Naldi salire sul vagone ed ebbe l’impressione che fosse passato un tempo enorme senza vederli ridiscendere e fuggire. Tutto ad un tratto vide una fiammata e fu l’inferno, uno scoppio incredibile, un’abetaia distrutta, case scoperchiate, il terreno intorno sconvolto dallo scoppio. Bogardo, Alighiero e Naldi furono dilaniati dall’esplosione, Spinelli e Banci, investiti dall’esplosione generale e da quella della cassa che avevano asportato, subirono ferite che per il primo furono fatali, mentre il secondo riuscì a salvarsi. Era accaduto, molto probabilmente, che Bogardo, dopo aver aperto alcune casse di tritolo lo aveva sparso nel vagone con della balistite che, assieme all’ordigno a tempo, aveva causato l’esplosione del vagone, innescando per simpatia quella degli altri oltre alla cassa di tritolo che Spinelli e Banci avevano con sé, provocando la tragedia in pochi attimi. Il sabotaggio di Poggio alla Malva fu un’azione lucida e di grande rilevanza strategica: se l’esplosivo distrutto non sarebbe stato utilizzato per far saltare le fabbriche di Prato (operazione che i tedeschi iniziarono un mesetto dopo), certamente avrebbe causato lutti e danni in altre città. Infine, non bisogna dimenticare che il sabotaggio causò la fine della produzione di esplosivo, arrecando certamente un danno incalcolabile alla potenzialità distruttiva dei nazifascisti. Il sacrificio di Bogardo e dei suoi ragazzi, fu riconosciuto dalla Repubblica italiana: tra il 1971 e il 1972 fu assegnata la medaglia d’argento a lui e a suo fratello Alighiero, ad Ariodante Naldi e a Bruno Spinelli.
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