Il Tirreno

Prato

«La mia Antigone africana è una naufraga della storia»

di Maria Lardara
«La mia Antigone africana è una naufraga della storia»

Il regista Massimo Luconi spiega l’originale rivisitazione in chiave contemporanea dell’opera di Jean Anouilh in scena al teatro Fabbricone di Prato

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PRATO. L’Antigone del terzo millennio ha lineamenti delicati e una pioggia di treccine a incorniciarne la scura chioma. Non vive più a Tebe ma il suo dolore si consuma in un villaggio del Senegal. Dolore universale, quello di Aminata, venuta da Dakar a Prato per dare un volto all’eroina di Sofocle che sfidò le leggi della polis in nome dell’amore fraterno. Con lei, un cast di sei attori che per due anni hanno fatto formazione a Saint Louis, città del Nord al confine con la Mauritania, luogo di speranza perché da qui si mettono in moto tanti barconi carichi di immigrati verso l’Europa.

“Antigone – una storia africana”, rivisitata in chiave contemporanea e tratta dall’opera di Jean Anouilh, è la nuova produzione del Metastasio in scena al Fabbricone da stasera , 27 febbraio, fino al 4 marzo (ogni sera alle 21; domenica alle 16). Chissà, magari a Sofocle la rivisitazione in chiave africana della sua eroina sarebbe piaciuta. Massimo Luconi ci scherza su, mentre al Fabbricone si ultimano le prove dello spettacolo che segna la nuova sfida del regista pratese con il cuore per il Senegal, dove negli ultimi due anni ha tenuto sette incontri di 15-20 giorni l’uno per formare gli artisti. «Al massimo – sorride – a quest’ora Sofocle si rivolta nella tomba. L’Africa è contemporanea e antica allo stesso tempo. Per me sarebbe stato difficile mettere in scena un’Antigone nordica. Le analogie tra la grecità antica e l’africanità contemporanea sono più forti di quanto si pensi: laggiù il senso di collettività è ancora forte, tanto che si fanno le rappresentazioni per raccontare le storie recenti del villaggio. Una catarsi per lenire le ferite».

La rappresentazione del Fabbricone è scarna, essenziale. Corpi adagiati per terra, quasi un presagio del dolore. Antigone è morta impiccandosi ma lo spettatore non la vede. Ce la racconta il griot-cantastorie Galaye, intonando cori di cerimonia funebre, densi di ritualità. «Volevo che il ruolo del coro nella tragedia greca fosse fatto all’africana e dunque ho pensato di sostituirlo col griot». A proposito di coro, non mancherà l’effetto sorpresa. «Ho chiesto all’amico Moustapha Diagne, rappresentante della comunità senegalese di Prato, se ci dava una mano per trovare altri quattro ruoli, piccoli e importanti. È l’altro pezzo del coro che interloquirà col pubblico». Con Abdou, Gnagna, Galaye, Moussa, Ibrahima, i pezzi della tragedia nel sangue cantata da Sofocle si ricompongono. C’è Creonte che appare in tutta la sua fragilità, espressione dell’ordine. C’è suo figlio Emone, promesso sposo di Antigone e anche lui suicida quando scopre che ormai è troppo tardi per salvare la fanciulla condannata a morte dal padre per aver dato sepoltura al fratello. «Attraverso il teatro questi personaggi diventano naufraghi della storia: un riferimento alle tragedie dei nostri mari». E poi c’è lei, Antigone. Sinuosa e affascinante, nei tratti dell’attrice Aminata Badji. «Fare Antigone – racconta la giovane – è sempre stato il mio sogno. Come lei non ho paura».

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