Il Tirreno

Prato

Da quattro mesi in mobilità, niente liquidazione e l’Inps non paga

di Barbara Burzi
Da quattro mesi in mobilità, niente liquidazione e l’Inps non paga

Prato, la storia di un lavoratore disoccupato vittima di cavilli burocratici dopo la chiusura dell’azienda: «È come se fossi agli arresti domiciliari»

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PRATO. Dall’azienda non riesce ad avere il Tfr che gli spetta, con i pagamenti della cassa integrazione è indietro di quattro mesi e non ha visto ancora un euro della mobilità nonostante l’Inps continui a ripetergli che la situazione è sbloccata, di avere pazienza. La storia di Silvano Pedrini, 57 anni, ex lavoratore della Bases Nobilitazione Tessuti srl, azienda di tintoria e rifinizione del gruppo Bartolini Sestilio, è emblematica della condizione che vivono tanti pratesi su tutti i fronti: oltre al danno di perdere il posto di lavoro, molti di loro subiscono anche la beffa di trovarsi a fronteggiare da un lato la crisi occupazionale («sto cercando un nuovo lavoro, ma ricevo solo porte in faccia») e dall’altro i disagi provocati dai ritardi dell’ente erogatore dell’indennità.

«Dopo 14 mesi non mi hanno rinnovato più il contratto ed è arrivata la cassa integrazione – racconta il lavoratore – nonostante mi avessero garantito che mi avrebbero tenuto, a novembre 2008 l’azienda mi comunicò che avrebbe chiuso perché non c’era più una pezza da fare. Successivamente la società è stata messa in liquidazione e inserita nella procedura di concordato preventivo. Tra cassa integrazione in deroga e straordinaria sono rimasto in forza all’azienda fino a quando non mi sono deciso a fare domanda di mobilità avendo calcolato bene che gli anni mi sarebbero bastati per raggiungere la pensione».

L’iscrizione alle liste di mobilità risale esattamente al 15 ottobre del 2013, ma da allora Pedrini non ha visto nemmeno un soldo. Nella sua stessa situazione ci sarebbero altri lavoratori. Il mancato pagamento dell’indennità da parte dell’Inps, inizialmente era dovuto a un problema di documentazione incompleta: in base a quanto comunicato dall’ente previdenziale con una lettera spedita a domicilio, a corredo della domanda di mobilità mancava l’atto di licenziamento con la data del preavviso, da cui calcolare i tempi per iniziare ad erogare i pagamenti. Di conseguenza la procedura di Pedrini era slittata in avanti.

«Se uno è licenziato per crisi come è successo a me, l’azienda non è tenuta a dare il preavviso – spiega il lavoratore – Chiarito questo, la situazione si sarebbe dovuta sbloccare immediatamente come mi hanno garantito quando lo scorso 16 gennaio mi sono recato personalmente agli uffici. Ad oggi però non ho ancora ricevuto i soldi. Vorrei sapere, dato che non hanno saputo spiegarmelo, perché i pagamenti sono ancora bloccati».

«In questo sistema di “start e stop” a rimetterci sono i lavoratori che finiscono per fare il vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro», puntualizza il segretario dei tessili della Cgil, Massimiliano Brezzo. Senza più uno stipendio né alcun tipo di sostegno economico diventa difficile andare avanti. «Se non avessi la pensione di mio padre non saprei come fare» racconta il lavoratore che oltre a tre mesi e mezzo di mobilità deve avere gli arretrati della cassa integrazione (quattro mensilità da 620 euro ciascuna). «Le mie riserve le ho esaurite aprendo un’attività imprenditoriale che non è andata come speravo e adesso sto cominciando ad avere il fiato corto» spiega. Nel frattempo si sta dando da fare per trovare un’occupazione, ma senza alcun esito. «Un lavoro mi serve comunque – dice - da quattro anni è come fossi agli arresti domiciliari perché con i soldi degli ammortizzatori non mi posso permettere di avere una vita sociale normale: di farmi una vacanza o semplicemente di andare a mangiare una pizza fuori». A questo groviglio burocratico si aggiunge un altro nodo da districare legato alla liquidazione del Tfr che non arriva. «In tutto dovrei avere 1.200 euro – dice – anche se non sono molti, mi farebbero comodo».

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