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Strage al Macrolotto e quei parenti “scomodi” delle vittime
Dopo il rogo del Primo dicembre, in cui sono morte 7 persone, i familiari hanno dichiarato "di non voler cremare le salme finché non ottengono il risarcimento" e per protesta hanno occupato una ditta. Ma per le associazioni della comunità cinese questo è stato uno sgarro
Le mani aggrappate al ritratto del marito, Zhan Jin Mei di ora in ora scopre che c'è di peggio di essere rimasta vedova per l'incendio della fabbrica Teresa pronto moda. Di aver perso l'unica fonte di reddito della famiglia. C'è l'ostracismo dalla comunità. Cinesi contro cinesi. Chi si adegua alle regole e chi no. I parenti dei 7 morti del rogo del primo dicembre al Macrolotto le hanno infrante. Hanno fatto troppo chiasso. Hanno protestato per non aver avuto i soldi per i loro morti. Hanno occupato un magazzino per costringere il padrone della fabbrica bruciata a versare i risarcimenti finora non riconosciuti. Uno sgarro intollerabile. Il messaggio delle associazioni della comunità cinese di Prato è forte e chiaro: "Siamo disponibili ad aiutare i familiari delle vittime, a condizione che smettano l'occupazione della ditta".
La diplomazia cinese è con loro. Con le associazioni. Non con i parenti delle vittime. Martedì, l'Ambasciata cinese a Roma ha pagato (650 euro, pare) un autista per rispedire a Prato la delegazione dei familiari "che dichiarano di non voler cremare le salme finché non ottengano il risarcimento. Ma le parti non riescono a raggiungere un accordo dato il divario fra la cifra rivendicata e quella offerta dall'azienda". L'avvocato delle famiglie dice di non aver formulato richieste. Nè di aver ricevuto offerte. In realtà, l'accordo (avallato da diplomazia e associazioni locali) si potrebbe tradurre in questo modo: i familiari incassano alcune migliaia di euro, quanto l'azienda sarebbe disposta a pagare subito, ma rinunciano alla causa civile milionaria. A una sentenza che "deve essere rispettata anche in Cina".
Da Roma in questo senso non arriva alcun sostegno. Solo l'invito ai familiari a non tornare più e a rivolgersi al consolato di Firenze. Quanto basta a ufficializzare che i rifugiati del magazzino "Oscar" sono scesi al gradino peggiore della gerarchia sociale cinese. Peggio degli invisibili, degli sfruttati. Sono diventati scomodi.
VIDEO / ECCO IL RACCONTO DI ZHAN JIN MEI
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