Il Tirreno

Prato

I parenti dei cinesi morti nell’incendio costretti ad accamparsi in un pronto moda

di Paolo Nencioni
I parenti dei cinesi morti nell’incendio costretti ad accamparsi in un pronto moda

Prato, sono stati sfrattati dall’appartamento dove fino al 25 gennaio erano stipati, non hanno i soldi per l’affitto e per pagare i funerali. Dal Consolato solo spiccioli

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PRATO. Spenti i riflettori sulla strage del Macrolotto, l’incendio della confezione Teresa Moda che lo scorso 1° dicembre è costato la vita a sette operai cinesi, i parenti delle vittime sono stati presto dimenticati e ora sono costretti ad accamparsi in uno dei tanti pronto moda del cosiddetto Macrolotto cinese di Iolo, dove dormono su materassi buttati per terra, al freddo, in attesa che vengano celebrati i funerali di sei dei sette morti, per i quali non si trovano i soldi.

materasso

Sono una dozzina e gran parte di loro sono in Italia da un mese, catapultati dalle campagne dello Zhejiang in un mondo di cui non sanno niente e che gli mostra il suo volto meno ospitale. Fino a sabato 25 gennaio erano stipati in un appartamento di via Strozzi, ospiti paganti di un connazionale che l’aveva affittato da un italiano, ma sono stati sfrattati perché hanno finito i soldi (900 euro l’affitto mensile) e i vicini di casa si sono lamentati: piangevano anche di notte e la cosa non piaceva. Ora sono nello stanzone del pronto moda Oscar di via Val d’Aosta, all’esterno del quale hanno affisso un paio di striscioni in cui chiedono giustizia al “padrone” (una donna cinese che non si trova) e contano i giorni passati dalla tragedia (57).

Guarda le foto dei familiari accampati nel pronto moda

Non è chiaro se siano ospiti o abbiano occupato il locale, che sarebbe di proprietà di familiari dei gestori della Teresa Moda. Nessuno di loro parla una parola di italiano, solo qualche frase smozzicata in inglese. Oltre alla giustizia, chiedono soldi, quelli degli stipendi arretrati, quelli che servono per celebrare i funerali. Le salme dei loro cari sono da due mesi all’Istituto di medicina legale di Firenze, l’avvocato emiliano che li assiste, Antonio Bove, ha già chiesto un aiuto economico a Comune e Provincia e aspetta una risposta.

striscione

Un aiuto a cui ora sta pensando la Regione. Ieri, 27 gennaio, il presidente Enrico Rossi ha detto che si sta studiando la possibilità di attingere al fondo di solidarietà per le famiglie delle vittime di incidenti mortali sul luogo di lavoro: da un minimo di 20mila a un massimo di 25mila euro per ogni vittima (e l’eurodeputato leghista Claudio Morganti gli ha subito risposto che sa aiutare solo delinquenti e stranieri...).

Un connazionale traduce al telefono la novità ai familiari dei sette operai cinesi morti alla Teresa Moda, che si rianimano e tirano fuori le foto dei loro cari. Molti di loro hanno anche il problema del visto, che è scaduto. Teoricamente sono irregolari sul territorio italiano e dormono in fabbrica, come le centinaia di connazionali che quasi ogni giorno finiscono nei controlli della squadra interforze e rischiano l’espulsione.

Il caso degli accampati nel pronto moda sembra sfatare un altro luogo comune. Per anni ci siamo riempiti la bocca col termine guanxi, la rete di relazioni parentali e amicali grazie alla quale i cinesi d’Italia, qualunque cosa fosse accaduta, sapevano di cadere in piedi grazie all’aiuto dei connazionali. In questo caso il guanxi non ha funzionato, perché se è vero che gli italiani li hanno dimenticati, lo stesso hanno fatto i cinesi. Quando, lo scorso 8 gennaio, i parenti delle vittime andarono a protestare davanti al Consolato cinese di Firenze, un’associazione cinese di Prato annunciò che avrebbe provveduto ai bisogni dei familiari, ma l’avvocato Bove dice che la promessa non è stata mantenuta, e il Consolato ha scucito solo qualche spicciolo.

Per contattare l'autore dell'articolo: p.nencioni@iltirreno.it

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