Il Tirreno

Prato

Schiavi cinesi nelle confezioni di Prato, un mito da sfatare

di Paolo Nencioni
Schiavi cinesi nelle confezioni di Prato, un mito da sfatare

I dormitori abusivi sono un rifugio per chi viene in Italia sapendo in quali condizioni lavorerà e cerca solo copertura oltre a vitto e alloggio, nella prospettiva di affrancarsi

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PRATO. Non fa una grande differenza morire da schiavi o da operai sfruttati, ma alla fine di una settimana che è stata segnata dalla tragedia del Macrolotto, costata la vita ai sette operai della Teresa Moda, è giusto intendersi sul significato delle parole, se è vero quello che diceva Nanni Moretti in “Palombella rossa” e cioè che le parole sono importanti.

Molti commentatori, anche autorevoli, si sono esercitati nell’analisi del “caso Prato”. Alcuni hanno scoperto che a Prato ci sono tanti cinesi, che vivono e lavorano nelle confezioni in condizioni da prima rivoluzione industriale e in certi casi rischiano di lasciarci la pelle.

Nella stragrande maggioranza di queste analisi e praticamente in tutte le dichiarazioni dei politici vengono usati i termini “schiavi” e “schiavitù”. Sono parole facili e di immediata comprensione, ma allo stesso tempo inadeguate, sbagliate perché non aiutano a capire.

E dunque se le parole sono importanti bisogna dire una volta per tutte che a Prato non ci sono e non ci sono mai stati “schiavi cinesi”, almeno nell’accezione intesa dal dizionario, cioè di «chi, privato della libertà e del diritti civili, appartiene ad altri come una cosa».

Per capirci meglio, i lavoratori orientali che alimentano il cosiddetto “distretto parallelo” sfornando milioni di capi d’abbigliamento poi rivenduti in mezza Europa non sono “prigionieri” nelle confezioni. E’ semmai l’esatto contrario: quei dormitori abusivi dove gli ex contadini di Wenzhou passano gran parte del tempo lasciato libero dal lavoro sono rifugi. Un posto sicuro per minimizzare il rischio di essere controllati e, in certi rarissimi casi, espulsi dal sogno italiano.

E infatti quando arrivano i controlli della squadra interforze i presunti schiavi non reagiscono come prigionieri liberati dalle forze del bene. Se possono, scappano il più lontano possibile, oppure si nascondono nelle intercapedini o salgono sul tetto. Il motivo è evidente a chi non si ferma all’apparenza dello slogan: i cinesi che partono dallo Zhejiang dopo aver messo da parte i risparmi di una vita per pagarsi metà del viaggio (l’altra metà la pagheranno qui lavorando a stipendi da fame) sanno benissimo cosa verranno a fare, e in quali condizioni. Sono costantemente in contatto con amici e parenti che a Prato già si sono stabiliti. E vogliono solo una sistemazione che garantisca vitto, alloggio e copertura. Non vogliono fare gli operai sfruttati per tutta la vita. La loro scommessa è di diventare padroncini e fare fortuna. I loro figli cresceranno qui e magari hanno in mente altre cose, ma i genitori vogliono solo affrancarsi.

In questo, fatte le debite proporzioni e scontata la differenza delle condizioni di lavoro, non sono poi tanto diversi dagli operai pratesi del distretto tessile degli anni Sessanta e Settanta, che non sono mai stati classe operaia come la si è intesa dove la dimensione delle aziende era più grande. L’operaio specializzato pratese di quegli anni si è sempre sentito anche lui un aspirante padroncino e la sera, dopo cena, capitava spesso che il piccolo artigiano terzista scendesse dal primo piano al piano terra, nello “stanzone”, per dare altri due “colpi” al telaio.

Del resto sono gli stessi cinesi, da ultimo Matteo Ye Hui Ming, tre giorni fa sul Corriere Fiorentino, ad alzare il velo sul mito dello schiavismo. «Ma quale schiavitù! - ha detto Matteo - I cinesi di Prato non sono schiavi, sono soltanto persone povere che fanno di tutto per uscire dalla miseria». E lo fanno come possono, tentando di sfuggire ai controlli di una legge, quella italiana sulla clandestinità, che è stata salutata come una manna dai confezionisti cinesi, perché ha gettato nelle loro braccia un esercito di operai irregolari, e dunque con meno potere contrattuale.

Di questo ai sette cinesi morti domenica nel rogo della Teresa Moda ormai non importa più nulla. Loro la scommessa l’hanno persa comunque.

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