Il Tirreno

Prato

Quattro albanesi bruciati nell’ex Banci, una lezione che non è servita

di Pasquale Petrella
Quattro albanesi bruciati nell’ex Banci, una lezione che non è servita

Era il 9 maggio del 1995, l’allora sindaco di Prato, Fabrizio Mattei scrisse al Governo e convocò i parlamentari pratesi affinchè si affrontasse a livello centrale il fenomeno dell’immigrazione clandestina

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PRATO. La strage di operai cinesi carbonizzati il 1 dicembre 2013 nella fabbrica dormitorio di via Toscana riporta alla mente un'altra strage analoga. Quella di quattro albanesi che il 9 maggio 1995 trovarono la morte bruciati dall'esplosione del gas fuoriuscito da una bombola che serviva per riscaldare e per fare da mangiare nella piccola stanza occupata abusivamente all'interno dell'ex fabbrica Banci da anni abbandonata, a due passi dall'attuale questura.

Quella notte morirono, dilaniati dalle fiamme, Luan Amzaj di 48 anni, Krenar Metaj di 23, Aranit Toja di 22 e Moksim Cuciroj di 27. Erano quattro onesti lavoratori che si guadagnavano da vivere facendo lavori saltuari e mandando i soldi risparmiati alle loro famiglie in Albania.

All'epoca Prato faceva i conti con la presenza di circa 500 albanesi, trequarti dei quali clandestini, quasi tutti impiegati nel settore tessile o in lavori saltuari nell'edilizia e con alcuni che facevano la fila alla Mensa La Pira per un pasto caldo. Non mancavano neppure gli omicidi e gli accoltellamenti. Il primo fu nell'ottobre del 1991 nell'ex scuola elementare di Tavola dove erano stati alloggiati i primi sessanta albanesi arrivati in città dopo che le navi stipate di fuggiaschi sbarcarono in Puglia . A morire fu Thodoraq Dhamaj di 27 anni. Nell'aprile del 1994 fu ucciso al Macrolotto il diciannovenne Elton Gjarta.

Dopo la strage del 9 maggio 1995 ci fu un vertice in Comune e l'allora sindaco di Prato, Fabrizio Mattei scrisse ai parlamentari pratesi invitandoli a farsi promotori nelle sedi parlamentari ed istituzionali di un'azione che consentisse di riesaminare ed approfondire il problema dell'immigrazione clandestina per individuare strumenti concreti ed efficaci di prevenzione. «Lo Stato non può continuare a trascurare le difficoltà e i rischi derivanti da questi problemi - scriveva Mattei - Sono indispensabili scelte politiche lungimiranti che non lascino soli i Comuni a fronteggiare questa emergenza». A raccogliere l'istanza dell'allora primo cittadino di Prato furono la senatrice Anna Maria Bucciarelli e i deputati Silvano Gori e Mauro Vannoni.

Nei giorni successivi fu deciso di nominare una task force di pronto intervento nel settore dell'immigrazione. Fu l'allora assessore Rita Frosini Faggi a prendersi l’incarico di nominare gli otto componenti in rappresentanza di Comune, Provincia, Regione, forze dell'ordine, associazioni di volontariato, categorie economiche, sindacati oltre a uno dei tre parlamentari eletti. Le cronache dei giorni successivi non fanno cenno però dell'istituzione di quella task force.

Il Comune pagò il rimpatrio delle salme in Albania ma si impegnò soprattutto a sensibilizzare Roma per la situazione dei clandestini. «Vogliamo che anche da Prato arrivi a Roma un messaggio di forte preoccupazione - diceva Mattei - Non ci sono leggi, strumenti, informazioni che ci consentano di affrontare un problema come quello dell'immigrazione che poi si scarica sui Comuni».

Un appello evidentemente non accolto vista la realtà attuale di Prato e di quasi tutte le altre città italiane.

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