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Toscana economia

Oltre 3.500 laureati non trovano lavoro, Prato ne occupa il 5%

di Barbara Burzi
Oltre 3.500 laureati non trovano lavoro, Prato ne occupa il 5%

Numeri orribili sul fronte dell'occupazione giovanile nel distretto: a fronte di un offerta di 600 neolaureati il sistema  delle imprese ne assorbe solo una minima parte. E i "nostri" ragazzi sono costretti ad anadare altrove 

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PRATO. Se l’Istat rileva un nuovo record sulla disoccupazione giovanile che a settembre ha sfondato il tetto del 40% tra gli under 25, i giovani pratesi se la passano ancora peggio. Lo dicono i dati sul mercato del lavoro, dai quali emerge un quadro preoccupante: a fronte di un’offerta di laureati pratesi di quasi 600 giovani, il sistema locale delle imprese ne assorbirebbe annualmente solo il 5%: 3.592 sono quelli iscritti all’Anagrafe del lavoro (il registro apposito in cui risulta chi non lavora da più di sei mesi o non ha raggiunto la soglia minima di reddito) a cui va sommata una categoria, i cosiddetti Neet, i quali hanno tra i 15 e i 29 anni, non studiano, non lavoravo, non sono in formazione, non cercano più nemmeno un occupazione e che a Prato sarebbero circa il 20%.

Entrando nel dettaglio dell’analisi, il direttore del Centro per l’impiego della Provincia, Michele Del Campo, fornisce altri numeri utili per misurare la “febbre” del lavoro a livello locale. «Va premesso che il nostro è un osservatorio parziale - spiega - solo una parte dei disoccupati e di chi cerca lavoro si iscrive alle liste e spesso vi rimane iscritto anche quando trova un impiego purché con contratto di lavoro di durata inferiore ai sei mesi, termine oltre il quale si perde lo stato di disoccupazione. La situazione però è allarmante: il sistema non sta investendo nel futuro».

Dall’industria ai servizi “deboli”. Da questa banca dati attingono le aziende in cerca di personale da inserire in organico. Ma quali sono le imprese che assumono? In base agli ultimi dati disponibili, ci sarebbe uno spostamento della domanda, quindi della richiesta di forza lavoro, dal settore industriale a quello dei servizi, che domina su tutti gli altri. A fine luglio il 38% delle richieste delle aziende entrate in contatto con il Centro per l’Impiego arrivava dall’industria, il restante 62% dai servizi, di cui l’87% non è a sostegno dell’attività delle imprese (si richiedono prevalentemente agenti di commercio, assicuratori, rappresentanti, venditori per attività sportive, immobiliari da impiegare nella ristorazione o nel commercio all’ingrosso). Tra le aziende del comparto industriale, la parte del leone è giocata dal manifatturiero con l’82% delle richieste seguito dalle costruzioni (15%) e da società che si occupano fornitura di acqua e gas (3%). «L’economia si sta spostando sempre di più verso un sistema di servizi che io definisco “deboli”, poiché non sono di supporto alle imprese - commenta Del Campo - Questo significa che il distretto industriale pratese si sta indebolendo e che rischia di non riuscire più nemmeno a mantenere questo genere di servizi se non rafforzerà la produttività e non ricomincerà presto a investire sul futuro».

I giovani con la laurea i più penalizzati. Vedendo quali sono i titoli di studio più richiesti, viene fuori che i giovani laureati sono quelli che più difficilmente si collocano nel mercato del lavoro locale. L’osservatorio provinciale del Centro per l’impiego rileva, infatti, che i posti di lavoro per cui è richiesta una laurea sono solo il 4% tra quelli offerti dalle aziende che si sono rivolte allo sportello. Nel 40% dei casi si richiedono diplomati, il 9% si accontenta di candidati che abbiano assolto l’obbligo scolastico, il 20% dei posti richiede una qualifica professionale, mentre per una fetta, che rappresenta il 25% delle offerte di lavoro, il titolo di studio non fa differenza. «L’offerta annuale di laureati pratesi è di circa 500 giovani (580 quelli dell’anno scorso) di cui circa il 57% dei laureati triennali riesce a fare un’esperienza lavorativa (187 persone) e solo il 6,4% in modo continuativo - afferma Del Campo - Di tutti coloro che si laureano in ritardo (circa il 30%) il 61% non lavora e il 28% lo fa occasionalmente. Mentre abbiamo una propensione a continuare gli studi dopo il diploma (se non ricordo male circa il 55%) che dimostra anche un investimento delle famiglie nello studio, il sistema delle imprese ne assorbirebbe solo il 5% l’anno. Ne consegue che circa il 20% va via da Prato per trovare lavoro. Considerando che per far studiare un giovane, tra spese sostenute dalla famiglia e dallo Stato, occorrono circa 120-150mila euro, si può affermare che Prato oltre all’impoverimento per la crisi sta perdendo anche capitale umano».

Etica del lavoro. «Se investire in istruzione non garantisce più un futuro, si studierà sempre meno e male con il rischio che il lavoro non sia più considerato uno strumento di realizzazione personale. Questo cambia completamente l’etica del lavoro tra i giovani che finiranno per intraprendere qualsiasi lavoro pur di consumare».

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