Mordi un cantuccio di Mattonella e senti subito il sapore di Prato
Il negozio Mattei da oltre 150 anni custodisce il segreto dei biscotti con le mandorle «Abbiamo una bella città, dobbiamo però sforzarci di comunicare meglio le nostre virtù»
PRATO. Se le chiedi la ricetta segreta dei cantucci di Prato, diventa una questione di famiglia. Ricordi d’infanzia ripescati dal diario della famiglia Pandolfini, come quella “polverina magica” che nonno Ernesto usava: una specie di tocco finale che faceva la differenza sul risultato.
A Elisabetta Pandolfini, alle sue sorelle e al fratello che mandano avanti una delle più dolci tradizioni secolari, veniva raccontato così. «Ma poi, in definitiva, gli ingredienti sono cinque: zucchero, farina, uova, mandorle e pinoli. E di veramente magico qui è il posto, l’energia che sprigionano le persone che vi lavorano. Un privilegio ai tempi d’oggi». Quel posto è il biscottificio Mattei, anzi Mattonella, quello che Antonio Mattei, “fabbricante di cantucci” (come si legge ancora ancora nell’insegna), fondò nel 1858, sempre lì, con lo storico forno in via Ricasoli 20. L’inebriante profumo di biscotti, mantovana e filone candito che si sprigiona di prima mattina lungo la strada dai laboratori che impiegano 17 persone, diventa una sorta di “coccola” per i pratesi attaccati da sempre al leggendario pacchetto blu, formidabile biglietto da visita per la città di Prato nel mondo. Elisabetta ne è convinta.
«Oggi le persone, cenando un po’ meno fuori per risparmiare, hanno bisogno di sentirsi rassicurate da un prodotto conosciuto. In un’epoca in cui tutto è precario, ci si coccola di più nella tradizione, lasciandosi trasportare da un odore che rassicura». Una tradizione storica che trasuda dai fogli di carta ingiallita appesi alla parete, segno dei tanti premi e riconoscimenti conferiti a Mattonella negli anni. Perché Mattonella? Elisabetta non mette la mano sul fuoco nell’azzardare una spiegazione. «Potrebbe essere un nomignolo attribuito al Mattei o era riferito a una ristrutturazione negli anni Trenta della facciata, dove furono collocate delle mattonelle». Dicevamo, il rispetto della tradizione. Uno degli ingredienti del successo della famiglia Pandolfini: ne sono fieri custodi, Francesco, Marcella, Elisabetta e Letizia, nipoti di Ernesto, garzone del Mattei che rilevò l’attività con i soldi prestatigli dalla zia Italia di Firenze. «Siamo legatissimi al centro e grati ai pratesi: anche se siamo proiettati all’estero dove vendiamo da anni i nostri biscotti, la nostra roccaforte è Prato con il negozio di via Ricasoli. Ma, pur nella tradizione, abbiamo sempre dimostrato capacità di reinventarsi, senza mai dimenticare le nostre radici. Il prodotto più sfornato? Il cantuccio indubbiamente, ma sta andando molto bene tutta la produzione della linea Deseo che ha avuto un forte appeal fuori dalla Toscana e in qualche caso ha fatto da traino, in Olanda e in Germania ad esempio, per il primo marchio più collaudato». La Deseo è un’azienda che cammina con gambe proprie: 8 dipendenti che lavorano nel laboratorio di Mezzana, in via Ernesto Nesti 27. «Lo comprò il babbo in quella via perché portava il nome del nonno. Oggi la Deseo, più che una costola del Mattei, è un’azienda di tutto rispetto che sforna nuove varianti rispetto al cantuccio tradizionale». Elisabetta, nell’azienda di famiglia, si occupa della rete commerciale nazionale, fatta di 50 agenti sparsi in tutta Italia. Lei stessa si preoccupa di andare a visitare i suoi clienti in loco. E, se tutto va bene, nel giro di un anno il biscottificio sbarcherà on line e basterà un click per far recapitare i cantucci dall’altra parte del mondo. «Lo stiamo mettendo a punto con calma perché deve funzionare bene». Ma il cuore di Mattei resta e resterà dentro le mura di una città che ancora fa emozionare Elisabetta. «Vivo a Figline, dove si trasferì la mia famiglia, nata in centro, davanti al museo del Tessuto, negli anni anni Sessanta. Ma ho vissuto per 12 anni sopra il biscottificio. La bellezza del nostro centro è indiscutibile. Ultimamente si vedono molti più turisti, complice anche la mostra a Palazzo Pretorio. A Prato non si erano mai visti. Vengono a visitare i nostri monumenti e poi fanno tappa al biscottificio. Sorpresi che la città sia così bella. Quando mi sento dire che Prato era stata dipinta loro sempre solo come città industriale, a me prende male. E lo dice una che si commuove ancora a vedere certi scorci di questa terra…». «Il mio sogno: vorrei che ovunque, a chi assaggi il cantuccio venga in mente Prato. Noi però dobbiamo imparare a comunicare meglio le nostre cose buone e quella belle…» .
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