Il Tirreno

Prato

Il nuovo “Sacco”: cinesi e debolezza

di Cristina Orsini
Il nuovo “Sacco”: cinesi e debolezza

A 501 anni dalla presa di Prato, la città riflette e si divide. Morganti mette sotto accusa la Popolare di Vicenza

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PRATO. Cinquecento e uno anno fa le truppe mercenarie spagnole (era il 29 agosto 1512) misero a ferro a fuoco Prato. Fu il sacco della città. Cinquecento e un anno dopo Prato riflette se le tante difficoltà che la città ha affrontato in questo primo corso di terzo millennio - crisi del distretto, immigrazione che continua, una lenta inesorabile decadenza - non possano essere considerate un nuovo “sacco di Prato”. C’è chi sorride e scarta l’idea, c’è invece chi è convinto che la città si trovi di fronte una nuova orda che depreda e se ne va.

Lo storico medievista Franco Cardini è tra i pratesi - vive in via Filicaia, in piena Chinatown - che a sentir parlare di nuovo sacco di Prato ride di gusto.

«Il Sacco di Prato - afferma - è stata una cosa ben precisa e nemmeno straordinaria nell’economia delle prese delle città per quei tempi. Erano truppe non pagate e dovevano saccheggiare, poi avevano un po' di malumore addosso e di certo la disciplina del 500 non era quella degli eserciti di oggi anche se i contractors odierni (compagnie militari private ndr) assomigliano alle truppe che assaltarono Prato. Ai pratesi di certo non auguro un altro sacco come quello di cinquecento anni fa». «Oggi - continua Cardini - si tratta di altro, il sacco al quale ci si può riferire è la conseguenza della grande deregulation cominciata - e i pratesi lo sanno benissimo - quando non i poveri cinesi ma quei cinesi con valigiate di soldi contanti hanno iniziato a comprare immobili, capannoni e servizi. E finchè pagavano cash e finchè quelli poveri lavoravano a testa bassa senza farsi vedere, agli imprenditori pratesi andava benissimo. Poi naturalmente - continua Cardini - si è sparsa la voce, sono arrivati in tanti e ora che se ne vanno, perchè la Cina, Paese emergente sta di sicuro meglio dell’Italia, ci lamentiamo che portano via i nostri soldi dimenticando però che tanti pratesi glieli hanno dati finchè ha fatto comodo».

Chi, invece, è convinto che Prato sia tornata nella mani dei predoni è l’europarlamentare ex leghista Claudio Morganti che, sì, un po’ dà la colpa ai cinesi e alle rimesse miliardarie che si volatilizzano grazie ai money transfer ma soprattutto se la prende con il “sacco” dei tesori artistici compiuto dalla Popolare di Vicenza. «Lo possono fare - dice Morganti - i quadri li hanno comprati con l’acquisizione della Cassa di Risparmio ma è anche vero che la Bpv con Prato guadagna e tanto. Buon senso vorrebbe che si lasciasse il patrimonio di una città dove è e invece lo si porta via. Perchè evidentemente - conclude - gli interessi economici surclassano il rispetto per la nostra società».

«Sicuramente no. Il Sacco fu un evento drammatico che ebbe effetti per un lungo perido di tempo non solo perché la città fu fortemente impoverita ma per gli effetti che le violenze fisiche e morali ebbero su chi le subì. Inconfrontabili i danni provocati dal Sacco rispetto alla situazione di difficoltà che attraversa la città in questa fase, co n conseguenze pesanti ma non tali da segnare per sempre». Giampiero Nigro, professore ordinario al Dipartimento di Scienze per l'Economia dell’Università di Firenze, è netto nel sostenere che le due fasi storiche non sono paragonabili. «Le difficoltà di Prato a mio modo di vedere non sono indotte - spiega - dai processi di immigrazioni. Un fenomeno con luci e ombre ma per il quale, secondo me, restano maggiori le luci. La causa del disagio - continua - deriva da fattori interni, endogeni si direbbe in economia, che riguardano i meccanismi su cui si è bloccata la cultura imprenditoriale che ha caratterizzato Prato. A questo aggiungerei una sostanziale debolezze del gruppo dirigente, non solo politico, della città che da decenni mostra difficoltà a interpretare i fenomeni economici e sociali che Prato vive».

C’è un ulteriore motivo per , Marco Monzali, civatiano (Pd) per parlare se non di sacco di rischio per Prato di perdere la propria identità. «Firenze ha sempre esercitato una sorta di egemonia su Prato che ha fatto e fa fatica a mantenere la propria autonomia politica». Il rischio è aumentato esponenzialmente, per Monzali, con la legge - pare ormai accantonata - sulle città metropolitane (Prato sarebbe entrata nell’orbita di Firenze assieme a Pistoia). «Bisogna però continuare a vigilare - conclude Monzali - perchè le mire urbanistiche di Firenze su Prato restano fortissime. E la nuova pista di Peretola ne è una dimostrazione».

Sicuro che il nuovo Sacco esista e che sia da attribuire al modo col quale è penetrata in città la comunità cinese è l’assessore alla Sicurezza Aldo Milone. «Non ammazzano le persone come è successo 500 anni - afferma - ma per il modo in cui operano e lavoro e si sono inseriti nel tessuto economico della città, qualche similitudine la possiamo trovare. Evasione, lavoro nero, sfruttamento della mano d'opera clandestini hanno fatto terra bruciata attorno a certo tipo attività imprenditoriale e commerciale. E questo significa saccheggiare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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