Il presidio
Nel centro storico di Prato la cultura del nulla
«In questa nostra città non manca il passato, manca il presente. Abbiamo una contemporaneità vuota che dura da 15 anni»
PRATO. Ogni volta che affronto il centro storico, alla ricerca del passato, quello remoto e quello recente, finisco per essere preso da una sorta di malessere che pian piano di manifesta sempre più chiaro: in città non manca il passato, manca il presente. Abbiamo una contemporaneità che dura da almeno una quindicina d'anni, priva di regole, di aspettative, di quello che una volta era chiamato il decoro della città. Che ne doveva proteggere la storia, ma che soprattutto doveva assicurare al presente una dignità che si è perduta per strada. Perdita della quale, con gran stupore, nessuno s'è avveduto. Se la città è così com'è, sembra pensare la gente, vuol dire che va bene così.
Sia chiaro, non è solo un problema di casa nostra, è un problema globale, fatto di inciviltà, di ignoranza delle regole, di assoluta mancanza della cultura del viver sociale. Del non rispetto non solo degli altri, ma anche verso noi stessi. Le mura di monumenti storici, come ad esempio la basilica delle Carceri, sono la lavagna degli idioti, che scrivono quanto amano la Roby, mettendo tre errori d'ortografia in due parole. I cartelli stradali vengono piegati a forza, le colonnine di ghisa che recintano uno slargo o delimitano un marciapiede, dondolano quasi estirpate da terra con una frenesia distruttiva feroce. I cassonetti danneggiati, i marciapiedi ricettacolo di cartacce, scatole e cicche si sigarette, bicchieri di plastica e di vetro - questi ultimi rotti e pericolosi - sono il nostro paesaggio naturale. Fuori dai locali pubblici, di qualsiasi genere siano o ovunque siano situati, si accumulano cicche, bottiglie vuote e spesso rotte, giornaletti pubblicitari strappati via dai loro contenitori. E nessuno che richiami al rispetto. Che lo imponga.
Questa è la contemporaneità che diamo al nostro centro storico, dove il vuoto sta diventando cultura: la cultura del rifiuto, del nulla. E niente che intervenga a correggere questo stato di cose. Non si può pensare che il centro della città si desti sporadicamente per afflussi, sia pure interessanti ma sporadici, due o tre volte l'anno. Quella è solo l'ondata di piena che travolge, non incoraggia un ritorno ma passa e va lasciandosi alle spalle situazioni ancora più discutibili e disagevoli.
Il fatto è che le città vanno ripensate mettendo da parte, ogni tanto, gli interessi diversi di ognuno di noi. Quelli dei professionisti, quelli di imprenditori o impresari, quelli di certi abitanti che vivendo un deserto di vivi alla ricerca di se stessi, si dividono in due fazioni: quella che non vuole neppure che passino le ambulanze, e quella, altrettanto irrazionale, che vuol cacciare immigrati di qualsiasi colore e qualsiasi razza. Cosa oggi improponibile, visto che Prato ha nell'ambito del territorio comunale un numero di immigrati pari agli abitanti di Siena. Insomma, due città diverse, vicine e al tempo lontane, che si contrappongono, e ognuna delle quali propone, anzi, impone i propri costumi e la propria cultura. Che ormai per gli uni e per gli altri è solo cultura di sopravvivenza.
Piangere sulla Stella d'Italia' che non c'è più? Niente di più sbagliato: dobbiamo pensare a dare un ruolo a quelle mura vuote di tutto che si affacciano sulla deserta piazza del Duomo. Cantare nenie funebri alla memoria di via del Pesce di una volta? O sulle strade che si snodano attorno alla scomparsa Cassa di Risparmio di Prato? O attorno Via santa Trinita? Errore. Meglio incentivare nuove idee di sviluppo e di impiego degli spazi vuoti. Che non siano tentativi aleatori, ma iniziative ben definite e assistite fin che sia necessario. In Piazzetta Lippi, bellissima per mille motivi diversi che vanno dai richiami architettonici - Palazzo vescovile e annessi, le colonne in ghisa e il tetto della loggetta, i portici della città civile, fino alle ultime “botteghe” del centro - da un anno Roberto Toccafondi uomo di gran buona volontà ha organizzato un incontro mercato per rivenditori di libri vecchi, rari, o semplicemente usati. Nessun giornale ci ha scritto su una riga, ha pubblicato una foto. Per far sapere alla città che ci sono anche queste cose. Nessuna ufficialità lo ha incentivato.
Si torna al principio, non è il passato che manca, a Prato: ne abbiamo tanto e ne abbiamo di bello. Ma molti non lo conoscono o peggio ne sono interessati. Finalmente dopo quarant'anni di lavori, riapre anche il Palazzo Pretorio, con una bella rassegna sul Rinascimento. Con i Lippi. Ma intanto vicissitudini incredibili, portano via alla città una grossa fetta di patrimonio artistico che era stato raccolto dalla vecchia Cassa di Risparmio e che secondo molti pareri legali appartengono alla comunità. Giovanni Bellini, Lippi, Caravaggio e tanti altri sono spariti in nome di compravendite e passaggi di mano, e la città non vuol accorgersene. Non si ribella. Non protesta. E i motivi sono plurimi: menefreghismo, indifferenza, non voglia di rompere il quieto dissolvimento di una parte del nostro patrimonio artistico. Comunque sia a dominare su tutto è il disinteresse del presente abbinato a una scarsa conoscenza del passato. Ma ci sarà pure, ci deve essere per la nostra salvezza, qualcuno che alla fine gridi che il re è nudo. Che la città si spoglia di se stessa. Ma c'è qualcuno ancora interessato a questi discorsi? La viabilità del centro è un'incognita che muta a seconda delle stagioni politiche. Il degrado invece è immutabile. Ho studiato la vita di un marciapiede in viale Veneto. C'è un tratto per gli andicappati, un tratto per le biciclette, un tratto per auto in sosta, e ora si è aggiunto anche un dehors - si fa per dire - con sedie e ombrelloni. E i pedoni? Ci sarà pure qualcuno che, come c'era una volta, fa parte di una qualche commissione per il decoro urbano e la sua sicurezza. Il 'Corriere', in cronaca di Milano ieri titolava “coltellate e botte in pieno centro”. Da noi le coltellate e le botte sono un genere che va forte sul mercato della vita quotidiana. Ma sembrano cose normali. Banalità.
Una sola nota positiva: via Pugliesi, da sola, ha fiorito le sue pareti, dimostrazione che si può fare. Grazie.
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