Il presidio
Uscire dal fortino pratese senza perdere la propria identità
Il presidente della Cap guarda al presente e al futuro della azienda di autotrasporti «Nonostante i 15 milioni di fatturato della Cap Viaggi a Prato non si crede abbastanza in noi»
PRATO. Ci sono momenti nella vita di un’azienda in cui serve prendere decisioni importanti, scelte coraggiose, affacciarsi al mondo per uscire dal proprio “orticello”. Questa però è la storia di un’azienda un po’ particolare, diversa delle altre, che macina utili e fatturato e conserva nel suo Dna i valori della cooperazione. Un’azienda, tante persone, un uomo al vertice dal 1996.
Giuseppe Gori ci racconta un pezzo di storia della cooperativa autotrasporti pratese, la Cap che nel 1945 spostava gli operai pratesi dalla Vallata per portarli, durante la ricostruzione post bellica, nelle fabbriche sepolte dalle macerie. Altri tempi. Sessantotto anni dopo di passeggeri ne trasporta circa dieci milioni all’anno e la piccola cooperativa che utilizzava i mezzi militari residui bellici è diventata un gigante dai piedi ben saldi sul mercato. Un’avventura partita da Prato che attraversa la Toscana, passando per Firenze, Lucca, Pistoia, Livorno e Pisa. Ma che a Prato ritorna. «Perché qui abbiamo la holding, il cuore che è Cap. Abbiamo sempre cercato i presupposti per portare ricchezza a Prato. E’ così, anche con l’ultimo cantiere aperto in via del Romito per costruire appartamenti e uffici dando lavoro a imprese pratesi: sposteremo a Prato 100 persone, tra la nostra direzione e gli uffici del Cct che si trasferiranno da Pisa. Fu così anche quando decidemmo di aprire un nuovo deposito a Prato (per ora in via del Lazzeretto dopo anni di contestazione, ndr) anche se avremmo avuto altre occasioni nella piana fiorentina».
La svolta. Se si scrive Giuseppe Gori, si legge Cap. Inevitabilmente. Pratese da generazioni, di Galciana, fiero del cognome e delle sue radici («Ormai i Gori sono al terzo posto della classifica dopo i cinesi», ironizza), il presidente della coop di autotrasporti coniuga orgoglio della pratesità alla capacità di aprirsi al mondo esterno, fiutandone le opportunità. «Nel 1999 la cooperativa era di fronte a un bivio, un cambiamento epocale: ricordo che in assemblea si dibatté se rimanere nel “Fort Apache” e cercare di resistere all’accerchiamento di due colossi pubblici, Copit a Pistoia e Ataf a Firenze. Lì maturò la svolta. La cooperativa, con una maturità da parte del proprio corpo sociale, capì che “piccolo” non era più bello, in controtendenza rispetto al tessile che oggi sconta la mancanza di aggregazioni e fusioni».
Piccolo non è bello. La cultura tessile Gori l’ha annusata in casa fin da piccolo, avendo il padre dedito al commercio degli stracci. «Ricordo quando, negli anni Ottanta, si parlava del “modello Prato”. Poi siamo arrivati al punto in cui lo slogan “piccolo è bello” non bastava più e siamo andati verso la deindustrializzazione del tessile». Ritornando a Cap, quale fu allora la mossa vincente? La prima: uscire dall’accerchiamento nella piana. Detto fatto. Nel 2000 fu costruita Li- nea spa, partecipata da Ataf e Cap, «azienda cuscinetto in area metropolitana», per dirla con Gori. La tattica vincente fu quella di portare una propria quota di partecipazione nelle aziende di trasporti di Lucca, Pistoia, Livorno e Pisa. «Abbiamo costruito una rete investendo 12 miliardi delle vecchie lire. Nel 2004 arrivarono le gare provinciale e riuscimmo a vincere su Prato, Pistoia, Lucca, Livorno e Pisa. Ci avevamo visto bene». Da lì Cap iniziò a scalare la montagna: l’ultima vetta è stata conquistata l’anno scorso, quando fu aggiudicata la gara per rilevare Ataf con Busitalia e Autoguidovie. «Le gare del 2004 – fa notare Gori – furono dunque un punto di arrivo e di partenza». Non sono state sempre rose e fiori. Nel 2012 Cap aveva 335 soci e 112 dipendenti (nel 2003: 291 soci e 95 dipendenti), 27,5 milioni di patrimonio nel 2012, 23 milioni nel 2003. Per arrivarci però ha dovuto fare i conti con la cura dimagrante dei fondi pubblici sul Tpl. Ma, come si dice, l’unione fece la forza fra le aziende toscane di cui Cap era socia. Nacquero il Ctt, network del trasporto pubblico e poi, nell’ottobre 2012, il Ctt Nord, colosso toscano, frutto dell’aggregazione delle tre aziende storiche di Livorno (Atl), Pisa (Cpt) e Lucca (Clap) e di Lazzi. Come in un gioco di scatole cinesi, che ha portato il nuovo soggetto capitanato dalla pratese Cap dritto dritto verso la gara regionale del Tpl (ottobre 2012) come consorzio “Mobit”.
Non considerati abbastanza. Eppure, nessuno è profeta in patria. E Gori rispolvera il vecchio proverbio quando parla del rapporto fra Prato e l’azienda. «Forse Cap non è mai stata considerata abbastanza tra i pratesi, soprattutto dal punto di vista turistico (il fatturato di Cap Viaggi è di 15 milioni di euro sul turismo, ndr). Forse perché in città è mancata la cultura della diversificazione dal tessile: quando tanti anni fa venivo invitato dalle mie associazioni di riferimento (Confindustria e Confcooperative, ndr) per raccontare di Cap sottolineavo l’importanza dell’aggregazione, di uscire dal proprio “giardinetto” per andare sui mercati della globalizzazione. Noi l’abbiamo fatto: siamo usciti da Prato per portare in regione un’esperienza forte sul Tpl. Qual è la difesa della pratesità? Stare chiusi nel proprio “fortino” oppure allargare il territorio senza perdere la propria identità?».
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