Il presidio
Via Pistoiese con gli occhi della memoria
Lungo la strada sterrata che un tempo fu la culla della pratesità ed oggi è il simbolo del cambiamento multiculturale
PRATO. In quanti siamo rimasti a giocare con la nostra infanzia, in questa città che si smaterializza e perde ogni giorno di più i pezzi del passato? Sia chiaro, nessuna nostalgia, che la nostalgia è una sorta di casa da chiocciole dove chiudersi dentro, quasi immobili. Non nostalgia, ma voglia di radici. Memoria.
Fra le strade pratesi che più drasticamente di altre sono cambiate c'è di sicuro via Pistoiese, così pratese da potersi permettere un nome come questo.
E c'è la sua parallela, via Filzi, e per seguitare in parallelo, ecco anche via Strozzi. Erano la vecchia Prato oltre le mura, sono la nuova Cina. E certamente sono ugualmente interessanti. Per due motivi: perché parlano una lingua nuova, hanno nuovi costumi, nuova gente e nuovi affari. Ci accompagnai una volta un ministro degli interni, in via Pistoiese, ne rimase impressionato. Poi se ne andò e non si ricordò più della città.
Torno alla scoperta della strada con Luigia Santi, anche lei è cresciuta qui, anche lei ha frequentato con me lezioni di cinese. E ora dopo anni a Milano è tornata a casa, dove una volta c'era il distribuitore di suo padre Mario: la Esso, dove mio padre si riforniva ogni giorno. E dove io e mia sorella andavamo a giocare con lei e sua sorella.
Luigia abita ancora lì. Davanti alla sua casa al di là della strada la Cina espone i suoi misteriosi manifesti, e a lato, dove una volta io andavo a far “truccare” Abarth la mia Seicento, anatre laccate e pezzi di pancetta di maiale affumicata fanno bella nostra in vetrina. Grandi pesci guizzano in acquari di ferro.
In questi giorni d'agosto questa è la strada più vissuta. Gioiellerie cinesi, ristoranti e rosticcerie cinesi, enoteche cinesi come quella del mio amico Zhou, sono aperte. Palloncini di compleanno, bambini in festa, nonni ai piccoli supermercati la animano.
Dov'è l'enoteca di Luca Zhou una volta arrivava la gora del Fineschi, alla curva con la quale entrava da via Marini in via Pistoiese, le acque scure vorticavano gorgogliando limacciose. Era cone l'ingresso all'inferno pagano d'Ulisse. E noi ragazzi guardavamo affascinati.
E nella via Marini dove ora c'è il ristorante Qualidù c'era la fabbrica del Parenti di uno dei massoni più influenti della città con il quale mio padre aveva sempre da ridire sulle modifiche che chiedeva per le sue macchine tessili.
Erano tre che discutevano tecnicamente di migliorie da apportare alle filande o alle carde: Parenti, Arnolfo Biagioli, e Pippo Goti, che le sue le voleva verde pisello. Un colore più riposante.
Lungo la strada che nei primi anni cinquanta era ancora semisterrata e rappresentava il vero mondo del tessile e una urbanistica mista fra lavoro e abitazione, si affacciavano lanifici come quello di Sergio Petracchi, dove da ragazzi andavamo a giocare con Michela, e sua madre, la signora Pina ci dava la merenda, e quello del Gori, sulla via Zipoli, con la bella villa d'angolo che ora è sede di un centro di accoglienza e di cooperative.
Lì una volta, c'era il Dazio, e la zona era denominata Casarsa, con il suo bar omonimo, ora rosticceria cinese, e con il suo giornalaio dove compravo il Piccolo Sceriffo, Tex Willer, e Sciuscià. E quello c'è ancora.
Più avanti c'era la distilleria Morlando, mio padrino di battesimo, il lanificio Balli e molto più distante il lanificio Sestilio Bartolini, che aveva una delle ville più belle a due passi dal ponte del Mercatale, dove, ormai più grandi, alcuni di noi ci riunivamo, ospiti di Lucia, una ragazza vivace e molto intelligente che purtroppo non c'è più.
Uno dei punti “borghesi” della via era la bella e misteriosa villa del cavalier Severino Giovannelli con il suo grande giardino ombroso, dove io facevo sosta dopo essere stato da Revello, il paziente biciclettaio che si prendeva cura della mia “Atala” bianca.
Gente, cose, persone, profumi, fantasie, voci e suoni perduti per sempre nel vortice del tempo. Così come si è perduta la pratesità della strada. Restano la farmacia e pochi altri piccoli negozi a parlare italiano. Sono quelli che resistono in una enclave cinese che forse noi non sappiamo capire.
Luca Zhou presidente nazionale di una associazione cinese per scambi sociali e culturali, mi dice: parliamo, sappiateci dire cosa possiamo fare per capirci meglio e per dare alla strada un assetto più accettabile.
Cerchiamo di capirsi, non si scontrarsi. Ascoltiamoci, io vivo qui da trent'anni, posso pensare di essere pratese? Di far qualcosa per la città?
Zhou, per noi Luca, mi chiede della mia infanzia nella strada, si lascia accompagnare nelle stradette laterali dove una volta battevano i telai, e ora ci sono Hutong, vicoli cinesi e mi chiede a un tratto: possibile che a voi non sia mai venuto in mentre di ricreare qui lo scenario di un vecchio garage con dentro un telaio? Per ricordare.
Strano: una proposta legata alla memoria che arriva da un popolo che da sempre dà scarso peso alle memorie. Dovremmo tenerne conto.
Meno esibizioni muscolari e più intelligenza nei rapporti.
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