Il Tirreno

Prato

Prato, una città svuotata di lavoro e di tradizioni

di Umberto Cecchi
Prato, una città svuotata di lavoro e di tradizioni

Il “groviglio” delle periferie dove la crisi ha provocato la chiusura delle fabbriche Il coraggio che oggi manca di rifondare “senza pudore” una comunità

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PRATO. È fascinoso fermarsi a metà collina, dove i Lucumoni etruschi compivano i loro riti sacri, e guardare la città. Cercare di leggerla com'era, com'è e come sarà. Un excursus affatto ozioso. Capace invece di offrirci vecchi ricordi e nuove idee. Ma anche un po' d'angosce. Prato è laggiù, stesa nella valle, che riverbera la ferocia del sole d'agosto.

Diceva Silvestro Bardazzi, pratese e docente alla facoltà d'architettura di Firenze che la città è rafforzata nel suo esistere dai contrafforti della Calvana e dalla cintura del fiume. E Giannino Verosesi, che fu a lungo ingegnere capo del Comune, mi spiegava del suo tessuto a maglie strette e della sua composizione urbanistica a patchwork: una casa una fabbrica, uno stanzone una “baiadera”:- termine tutto pratese, questo, non per evocare una danzatrice esotica, ma una “casa a schiera” -tipo di abitazione che è stata a lungo il modulo urbanistico minimo della città. Una casa per tutti. «File di baiaderine che si rincorrono l'una dietro l'altra, coi gerani alle finestre a far colore e il telaio in garage a scandire la voce di Prato» scriveva Raffaello Pecchioli su “Araucana”, tanti anni fa quando avevamo anche il coraggio di fondare una rivista letteraria.

Oggi invece ci manca addirittura il coraggio di raccontarla com'è, la città, che la moda, la concorrenza e le nuove generazioni hanno svuotato di lavoro e di tradizioni, e che, necessariamente, va rifondata. Senza pudore.

Perché per quello che resta ha un vestito troppo largo, come su uno che si sia troppo smagrito. Così sono le immediate periferie: grandi fabbricati dismessi e non ancora riconvertiti; l'insediamento civile, una volta mescolato con quello industriale, lascia spazio a mura vuote: sono come memorie in una mente colpita da Alzheimer, dove si aprono vuoti che non si sa come riempire.

E man mano che il tempo passa, la memoria si sfalda. E ci si rende conto con tristezza come questa periferia a pieni e vuoti cominci proprio oltre le mura diramandosi verso i “macrolotti” che un tempo credevamo assolutamente necessari al futuro e che invece, abbandonati da noi, sono il confuso regno della febbrile iperattività cinese. Con regole e ritmi tutti diversi.

Ci resta un groviglio di patrimonio abitativo e commerciale con su scritto “vendesi” e “affittasi” e di industriale in attesa d'essere abbattuto e riqualificato. Ma come? Operazioni di archeologia industriale come è avvenuto per la Campolmi, oggi biblioteca comunale, e per la nuova sede della Camera di Commercio, non sono sempre possibili. Così i recuperi ormai sono sempre più rari.

Penso a una struttura come il Fabbricone, che riqualificata sarebbe potuta diventare un grande centro commerciale cittadino, evitando così la fuga degli acquirenti che una volta compravano entro le mura, e oggi sono attratti a est e ovest, dai due grandi punti commerciali.

Si cerca invece di costruire abitazioni e uffici che vengono richiesti sempre meno. E la città, ormai, è come la scacchiera di una dama, una casella piena e una vuota. Somiglia ogni giorno di più a Detroit. Malaparte diceva, “città come me”. Forse aveva ragione, siamo noi lo specchio della città: sfiduciati, con meno coraggio d'un tempo. Consapevoli, come dice Zygmunt Bauman di una solitudine che ci impedisce anche di vedere quello che abbiamo d'attorno. Talmente persi che non riusciamo neppure a ritrovarci nelle nostre strade d'infanzia. Smorte, silenziose, monumenti al tempo che fugge.

(1-continua)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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