Il presidio
«Basta uno stadio da 50 posti, la città è indifferente al Prato»
L’avvocato, grande appassionato di calcio e affezionato ai colori biancazzurri, si dice contrario ad uno sforzo economico sproporzionato rispetto all’effettiva presenza di spettatori
PRATO. Entrando nel suo studio in via Arcivescovo Martini la prima cosa che balza agli occhi dopo la vista mozzafiato sulla città è la montagna di scartoffie e fascicoli che riempiono la stanza. Dentro queste cartelline è racchiusa la storia di una carriera forense lunga sessant’anni e vissuta quasi interamente a Prato. Qui è nato e abita ancora l’avvocato Giannetto Gurducci, 85 anni, trascorsi quasi tutti nella città tessile tranne una parentesi a Livorno dagli 8 ai 22 anni. Non solo per il momento non intende appendere la toga al chiodo, ma oltre alla sua attività professionale, dal 2006 si dedica con passione anche all’impegno di presidente onorario dell’Ac Prato. Il suo nome è legato a vicende di cronaca di risonanza nazionale, tra cui il sequestro dell’imprenditore tessile bresciano, Giuseppe Soffiantini, rimasto a lungo imprigionato sui monti della Calvana. Da un osservatorio privilegiato come quello dell’avvocato, Guarducci ha potuto penetrare il tessuto sociale come poche altre professioni gli avrebbero permesso di fare, al punto di arrivare ad affermare con convinzione che la genialità dei pratesi avrà la meglio sulla crisi. «Sono ottimista per Prato perché ho grande fiducia negli imprenditori di questa città - dichiara - per diversificare dal tessile ci vuole tempo, ma i pratesi hanno dimostrato molta duttilità».
Lungobisenzio. Da tifoso del calcio quale è non poteva non affezionarsi alla squadra della sua città fino rivestirne la carica di presidente onorario. Non è però d’accordo con l’idea di ristrutturare lo stadio, pur essendo convinto che si tratta dell’unica strada percorribile per consentire alla squadra di giocare il campionato. «Uno stadio come quello che abbiamo è esuberante rispetto alle reali necessità - sostiene - la struttura così com’è impone di dover rispondere a requisiti e standard di sicurezza tali da richiedere uno sforzo economico che ritengo ingiustificato rispetto al numero di presenze: i tifosi sugli spalti non superano quasi mai il centinaio». E arriva a dire: «Basterebbe una struttura più piccola da una cinquantina di posti». «L’affetto della città per la sua squadra non può essere subordinato alla presenza del Prato in campionati di serie A o B - aggiunge Guarducci con una punta di delusione - i tifosi vorrebbero che si investisse di più per portare la squadra più in alto, ma nessuno può permetterselo, specie in un momento come questo. Se non sono venuti a vedere giocare uno come Diamanti, vuol dire che non c’è più interesse».
Carcere di Prato. Decano nonché fondatore della Camera penale di Prato, di cui per una quindicina di anni è stato anche presidente, l’avvocato Giannetto Gurducci difende dalle accuse il carcere della Dogaia, in quanto, secondo lui, non sarebbe tra i peggiori. «E’ afflitto dagli stessi problemi di sovraffollamento che riguardano le altre carceri italiane - dice - ma le condizioni della Dogaia sono accettabili». La soluzione per migliorare la situazione, dal suo punto di vista ,non sarebbe quella di ridurre il numero dei reati che prevedono una pena, bensì di «eliminare il ricorso al carcere preventivo che - sottolinea - è sempre sbagliato».
Sicurezza. Riconosce che ci sia un problema, ma non ci sta a fare di Prato la capolista delle città più insicure.
Il paragone coi tempi in cui si aveva a che fare coi sequestri di persona nasce spontaneo. Episodi passati che riaffiorano alla mente, come il rapimento dell’imprenditore pratese Piero Baldassini, purtroppo finito nel peggiore dei modi, e quello di un altro imprenditore, Giuseppe Soffiantini, bresciano, il quale fu liberato dopo una lunga prigionia nei boschi dei monti della Calvana.Il primo risale al 1975, l’altro è avvenuto nel 1997. Durante le ricerche, in entrambi i casi, l’avvocato Guarducci ha sempre avuto un ruolo importante che ricorda come fosse ieri: trovarsi di fronte al pericolo, i contatti stretti con i familiari, conoscere tutto nei minimi dettagli. «L’era dei sequestri di persona ormai è finita - afferma - il rapimento è un reato intelligente, che richiede molta preparazione e organizzazione, ma la tecnologia moderna ha contribuito a farlo scomparire del tutto aumentando le possibilità dei rapinatori di essere scoperti e catturati».
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