Il Tirreno

Prato

Io, da immigrato a cittadino di una comunità che si è smarrita

di Martina Altigeri
Io, da immigrato a cittadino di una comunità che si è smarrita

La parabola della città vista da Roberto Macrì, presidente della Fondazione dell’Opera Santa Rita che lavora a tempo pieno per aiutare oltre 250 pratesi che stentano a tirare avanti

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PRATO. Aiutare i giovani e gli adulti con gravi disagi sociali e fisici è l’obiettivo quotidiano di Roberto Macrì, dal 2006 presidente della Fondazione Opera Santa Rita di Prato.

Da quando il vescovo emerito Gastone Simoni lo ha incaricato di dirigere questa struttura, Roberto Macrì ha lasciato il suo impiego in banca ed anche la militanza nel sindacato Cisl, per lavorare a tempo pieno e offrire agli oltre 250 ospiti un aiuto e un supporto adeguato.

Com’è nata la sua esperienza nell’Opera Santa Rita?

«Fin da giovane ho sempre avuto una vicinanza al settore sociale. L’incarico di presidente è arrivato su proposta del vescovo Simoni, col quale negli anni si è instaurata una grande amicizia. Il Santa Rita lo conoscevo già, già prima di iniziare il mio lavoro in banca, per rendermi autonomo e pagarmi gli studi, facevo le notti e le supplenze nella struttura aiutando chi aveva bisogno. Del Santa Rita fin da piccolo ne sentivo parlare in casa perché mio padre, dopo essere emigrato dalla Calabria a Prato nel Dopoguerra, era entrato a lavorare nella ditta del figlio di Virginia Frosini (la fondatrice della struttura nel 1934, ndr.)».

Ogni giorno lei si trova a gestire la struttura e, al tempo stesso, si trova a contatto con tante situazioni personali difficili. Ci può raccontare?

«In questi sette anni da presidente mi sono reso conto che è cambiato il mondo. Le trasformazioni che per decenni non ci sono state, si sono concentrate negli ultimi anni. Penso al mutamento dell’approccio gestionale di strutture come la nostra, alla massima attenzione che viene richiesta per gli standard di qualità. È cambiata anche l’utenza nel settore sociale, se prima si trattava prevalentemente di seguire ragazzi che provenivano da famiglie povere, quindi con disagio sociale, adesso i ragazzi mostrano più problematiche comportamentali e psicologiche, fobie e crisi di panico, soprattutto. E’ una situazione più complessa che ci porta di volta in volta a dare risposte sempre più adeguate».

Nella situazione generale di crisi, anche il vostro settore ne sta risentendo?

«Siamo in un momento dominante di scarsità di risorse e questo produce un limite, ci impone di non andare avanti con speditezza. Servirebbe creare rapporti più virtuosi tra gestori e committenti, ma talvolta i vincoli normativi ci obbligano a costi importanti per la gestione, risorse che potrebbero essere rivolte a servizi più utili. Penso per esempio al problema dell’autismo che la normativa tratta come malattia infettiva e, invece, dovrebbe essere improntato verso l’inserimento sociale con azioni mirate per la socializzazione dei ragazzi. Altra questione sono le cifre delle rette sanitarie di ogni singolo assistito che sono ferme da tre anni. Mentre i costi di gestione aumentano, l’importo di assistenza che viene garantito a ciascuno negli ultimi anni è rimasto invariato».

Lei ha conosciuto la Prato di ieri e oggi vive la Prato di oggi. Come vede questa città?

«Prato la sento mia, sono un esempio tipico, provengo da una famiglia di immigrati che si sono inseriti nel tessuto pratese. Ricordo una città dinamica, con forte autostima quasi al limite dell’arroganza. Oggi si è smarrita, non riesce a cogliere i mutamenti. Nonostante per anni abbia predicato la diversificazione, sembra quasi che la crisi ci abbia colti di sorpresa. Il fenomeno dell’immigrazione è stato vissuto come un ‘avvento’ che non ha scatenato tensioni, forse perché i pratesi a questo erano abituati. Penso che in passato Prato potesse diventare una città-pilota, avrebbe potuto intercettare risorse e progetti ed essere esempio per altri luoghi interessati da questa situazione. Ora forse è troppo tardi e se il fenomeno non lo gestisci, arriva a degenerare. La vera sfida per uscire da questa crisi penso sia quella di ricreare un senso di appartenenza alla comunità, serve ricreare un tessuto connettivo e legami tra cittadini, istituzioni, circoli, chiese. Serve far diventare pratesi le comunità che qui si sono insediate, esse non devono essere viste più come predatrici, ma comprendere che esse sono qui per vivere un’esistenza migliore. Come fare questo è complicato, ma non costa niente. Almeno proviamoci».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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