Sacco di Prato, un successo l’anteprima
Applausi al Castello dell’Imperatore per il battesimo de “La ballata del Sacco di Prato” che rievoca 500 anni dopo la pagina più dolorosa della storia della città
PRATO. Durante le riprese, il Castello dell’Imperatore, è stata una delle location utilizzata per alcune scene. E lì, ieri sera, è stato proiettato il film che l'antica costruzione ha visto, in parte, nascere. “La ballata del sacco di Prato” il docu-film scritto e diretto da Mirco Rocchi, regista riminese ma pratese di adozione, ha avuto così il suo battesimo. La festa non poteva essere delle migliori. Tanti applausi all'inizio della pellicola quando il regista, la protagonista ed alcuni degli attori hanno salutato un pubblico che ha superato le aspettative. E standing ovation al termine della proiezione, dove è stata ripercorsa la storia sanguinaria dell’evento più drammatico della città: il sacco di Prato che la vide messa a ferro e fuoco ad opera dei soldati spagnoli a partire dal 29 agosto 1512 per ventuno giorni consecutivi.
Un avvenimento narrato nei minimi particolari vissuto come storia vista dagli occhi di una regista, interpretata da una bravissima Stefania Stefanin che, con questo ruolo, torna alla ribalta nella sua città. Stefania vuole scrivere una storia per il teatro sulla tremenda vicenda. Mentre è a Londra trova per caso un poema inedito sull’argomento che, però, prima di lei viene comprato da un uomo. Lei lo rincorre e lo trova seduto ad un bar. Il destino, spesso strano, non si accontenta e fa sì che il neo detentore del libro sia uno scrittore e sceneggiatore britannico che ha da poco terminato una sceneggiatura televisiva proprio sul sacco di Prato. Il film, dunque, è narrato e vissuto da Stefania Stefanin che racconta quanto legge in quel volumetto che la prende più di qualsiasi cosa.
Un'interpretazione intensa, toccante, vera. Ecco quindi che ora vediamo immagini attuali dove appare la regista ripresa in angoli diversi della sua Prato, ecco invece adesso scenari che ci riportano indietro di 500 anni in quei momenti in cui la città pianse più di cinquemila persone. Alcune scene sono forti, come quelle girate nel convento dove anche le suore vengono trucidate da una furia dell'uomo incomprensibile. Primi piani mettono in evidenza particolari dei costumi curatissimi in ogni dettaglio.
Il cameo di un attore del calibro di Sandro Lombardi, che veste i panni di Girolamo Savonarola, è impeccabile affiancato da Francesco Argirò della scuola del Metastasio che recita perfettamente la parte di un fraticello. Rocchi, che insieme alla Stefanin è autore della sceneggiatura, ha voluto un cast nutrito di attori uno più bravo dell’altro a cominciare da Simone Rovida, Bill Gilliam e Francesco Ciampi. Tanti gli altri interpreti a cominicare dalla superba interpretazione di Francesco Gori e poi Giacomo Carolei, Monica Menchi, Rosario Campisi, Donatella Russo, Gabriele Ara e molti altri ancora. E un piccolo, ma significativo, ruolo affidato a Mauro Barbiero, validissimo attore tra l'altro applaudito nella compagnia di un grande come Paolo Poli.
La Stefanin per trovare più notizie possibili sul sacco di Prato, nel film, va anche dal presidente del Metastasio Umberto Cecchi, sicuramente una delle penne più importanti del panorama giornalistico e fonte preziosa di storia della città. Così come chiede aiuto a Paolo Magelli, direttore del Metastasio. Ci sono poi i colori. Il rosso su tutti. Quel rosso del sangue, dei drappi che scivolano sulle tavole del teatro dove la regista ambienta il suo spettacolo e che richiamano al dolore di quelle vite spezzate. Le musiche di Fabrizio Vocata fanno da sottofondo alle riprese dove emerge la bravura di Mirco Rocchi che ha messo a punto una regia puntuale, doviziosa di ricerca per riportare all’attenzione dei pratesi una ferita profonda che ha lacerato la Prato del 1500. E che oggi, forse, non tutti conoscono o ricordano. In città solo una lapide posta in corrispondenza del punto in cui i soldati entrarono dentro le Mura (nei pressi della Chiesa di Sant’Agostino) parla del sacco di Prato. Nient’altro ricorda quella crepa. Che nella storia mai potrà essere rimarginata. Una storia che, come Stefania Stefanin dice alla fine del film, ha voluto dare fiato alle voci di quei morti. E ricordare.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
