Il presidio
Pamela Villoresi: il teatro Metastasio è la mia casa
L’attrice pratese ripercorre col Tirreno gli angoli della città che le sono più cari
A Prato Pamela Villoresi si muove come un pesce nella propria acqua. Veloce e sicura, la attraversa in lungo e in largo, appoggia lo sguardo su angoli che agli altri sembrano insignificanti, parla con un bell’accento pratese, risponde con un gran sorriso a chi la riconosce e la saluta. Quando il “Tirreno” le chiede se le va di andare insieme a cercare e raccontare i posti del suo cuore, gli angoli della città che non può e non vuole dimenticare, non riflette nemmeno per un secondo. Dice sì come se aspettasse una richiesta del genere, come fosse pronta da sempre a fare un viaggio nella “sua” Prato con il giornale della “sua” città.
Non c’è bisogno di spiegarle che l’intenzione è di farne un articolo, delle fotografie, dei video da pubblicare sul sito. Che vorremmo cercare di raccontare la città utilizzando carta e web, foto e filmati, parole e voci. Quello di Pamela Villoresi è un si totale e incondizionato all’idea di parlare della “sua” Prato. Il sì lo tramuta, in pochi secondi, nel programma. Chi la conosce sa che è donna di grande energia, capace di macinare un impegno sull’altro con rigore e determinazione. E lo è anche per questo che è un viaggio, ma anche un piccolo gioco per conoscere Prato.
La Prato di Pamela Villoresi prende forma sul taccuino con un’immediatezza che sorprende. Luoghi semplici, gli stessi della vita di molti ragazzi, con in più il luogo dei luoghi, quello che lei definisce la “mia vera casa”, il luogo dove ci accompagnerà con ampie falcate che sono un misto di orgoglio ed emozione: il Metastasio, il teatro dove ha debuttato a quindici anni e nelle cui viscere si muove da sempre.Quando le tappe del viaggio sono fissate resta solo da decidere il giorno, l’ora e il luogo da cui partire. Sceglie il giorno in cui è a Prato per recitare, al Fabbricone, lo straordinario Memorie di una schiava, un’ora di monologo e di intenso impegno fisico. L’ora è il primo pomeriggio. Il luogo lo Sporting Club, “il club di cui mio padre è uno dei fondatori”, dice con una punta di orgoglio.
Lo Sporting Club
«Gli olivi e lo sport
fanno parte della mia vita»
Quando abbiamo organizzato “I posti del cuore di Pamela Villoresi” lei era a Roma e parlava un italiano perfetto, senza il minimo accento. Quando chiama, all’ora dell’appuntamento, è un’altra Pamela, è la Pamela di Prato, che parla da pratese a pratesi.
“Aspettatemi al bar, vengo dallo spogliatoio”. Ecco perché ha voluto cominciare da qui, non ha voluto perdere un’ora di ginnastica. Anche se c’è da fare il mini viaggio con il Tirreno, da provare lo spettacolo e poi da andare in scena. Arriva sul piazzale perfetta, pronta per essere ripresa e fotografata. Solo tre borse e una boccetta d’acqua a dire che ha appena fatto palestra. È in corso un torneo di tennis, gli schiocchi delle palle sono la colonna sonora.
Pamela si guarda in giro. Sta cercando l’ulivo giusto di fonte al quale iniziare a parlare. Perché si vedano bene le sue fronde e, sullo sfondo, il rosso dei campi. Appoggia le borse per terra, pochi rapidi sguardi con fotografo e operatore e l’ulivo è scelto. Inizia il mini viaggio nella Prato di Pamela Villoresi.
«Ecco, sono voluta partire da qui perché è un posto pieno di ulivi come tutta la nostra collina. E perché lo sport che qua si respira e si pratica fa parte della mia vita. Non esiste un albero più accogliente e più materno dell’ulivo, da bambina ci giocavo sotto i nostri ulivi. E da bambina ho iniziato a fare sport, se non ho la mia ora di sport quotidiana è un problema: palestra, nuoto, canoa, corsa, bicicletta… ma a tennis, si sappia, sono una schiappa».
Il San Giuseppe
«Donne in gamba
e toste le suore carmelitane»
La suora carmelitana che apre la porta dell’istituto San Giuseppe non è giovanissima. Davanti a telecamera e macchina fotografica si gira dall’altra parte, «non mettetemi sul giornale», dice, «sono una carmelitana nascosta». Ma riconosce subito Pamela perché lei c’era quando l’attrice frequentava qui le scuole elementari, e spesso, la mattina presto, era sul pulmino che raccoglieva le bambine in giro per la città. Entriamo, Pamela si ferma davanti a un pianoforte appoggiato al muro. Lo guarda, lo tocca, cerca di aprirlo, ma è chiuso. «Ecco”, dice, “non mi hanno mai fatto prendere lezioni di pianoforte. La mia mamma diceva che aveva una sorella che strimpellava sempre, erano diventati pazzi… l’ho desiderato tanto… ma niente».
Si concentra per un attimo e dice delle suore. «Mi hanno dato una formazione cristiana, nel senso della comprensione del mondo, dell’essere in mezzo alla società con gli altri… sono anni che cerco di fare uno spettacolo su Santa Teresa d’Avila, la fondatrice delle Carmelitane scalze, la prima donna dottore della chiesa. Donne in gamba le carmelitane, donne toste». Poi una piccola magia. Qui studia, adesso, una nipotina di Pamela, Greta. Le suore la vanno a chiamare e zia e nipote si ritrovano insieme, a cinquant’anni di distanza nel giardino della stessa scuola. La bambina non è intimorita dalla telecamera, sorride, chiede il perché della visita, la zia glielo spiega e parlano insieme della ricerca alla quale Greta sta lavorando. “Ai miei tempi era diverso”, dice Pamela guardandosi intorno nella corte coperta di erba sintetica e piena di giochi.
«Qui c’era solo ghiaia, si giocava con poco». Guarda il muro e ricorda l’alluvione di Firenze: «Il Bisenzio crebbe anche lui così tanto che le suore ci fecero evacuare, scappammo via dalla scuola».
Via Benini
«La strada dove sono nata
e dove vive Franchina»
In via Benini Pamela Villoresi sembra ancora stupirsi di quanto in realtà quel luogo sia piccolo, una piccola strada, una traversa di viale … «Quanto era grande questo posto quando ero bimba… quando si doveva arrivare al viale sembrava di dover andare a Firenze e poi gli alberi, sembravano enormi, ma erano molto più piccoli di come sono adesso…io ogni tanto la sogno questa strada, e la sogno enorme, non come la vedo adesso». In una casa di via Benini Pamela Villoresi è nata il 1° gennaio del 1957. «Dovevo nascere qualche giorno dopo”, racconta, “ma mia mamma, l’ultimo dell’anno, andò a ballare e tornò sulle strade sconnesse di allora. Le si ruppero le acque, nacqui in casa, con la levatrice, prelevata a una festa, che arrivò con le scarpe in mano». La famiglia Villoresi non abita più in via Benini. Ma in fondo, nell’ultima casa sulla destra, c’è Franchina.
«Siamo amiche da quando io avevo sei mesi e lei un anno di più”»dice Pamela per far capire che quella tra lei e Franchina è molto più di un’amicizia. «Abbiamo costruito un sodalizio che ancora dura». Ciascuna è madrina dei figli dell’altra, si fanno chiamare zie, si sono cercate e trovate nei momenti difficili che la vita ha riservato all’una e all’altra. In giardino Pamela convince Franchina, presa un po’ di sorpresa dalla visita, a mettersi accanto a lei, davanti alla telecamera. Raccolgono da terra del trifoglio, succhiano la parte inferiore del gambo, come quando erano bambine. «È aspro, sa di limone», dicono abbracciate. Si fermano davanti a una pianta di rose bianche. Ne aspirano insieme il profumo. «Ecco, queste c’erano anche quando eravamo bambine».
A casa, in salotto, Franchina ha ancora tutti i dischi in vinile ben ordinati. «Lei aveva un fratello più grande, qui abbiamo conosciuto prima i Beatles e poi tutti gli altri, qui ho scoperto la musica». Franchina prende Abbey Road, Help, Let it be… “Let it be… il primo bacio”. Le due amiche-sorelle sono una accanto all’altra mentre la telecamera registra questo emozionante e breve tuffo nel passato. Si dicono dei debutti in giro per il mondo ai quali Franchina non è mai mancata, delle nuotate con la figlia di Franchina, apparsa a baciare e abbracciare la “zia”, messa sulla schiena dell’attrice-nuotatrice nelle vesti di mamma balenottera.
«Franchina», dice Pamela, «è il legame più solido e vero che ho con il mio passato e la mia città, in qualche modo è la mia Prato. Si, Franchina è la mia Prato».
Le Case del popolo
«Tra un gotto di vino e un altro
si imparava e si faceva cultura»
Quella dove andava lei non c’è più. Ne sceglie un’altra, vicino al Fabbricone, per raccontare cosa vuole dire per una come Pamela Villoresi una Casa del popolo di Prato. Quando entriamo la sala è quasi piena di uomini che giocano a carte. È un posto vivo, dove le voci sono alte e sonore. La salutano, lei chiede scusa per il disturbo, si siede a uno dei pochi tavoli vuoti, le voci dei giocatori si abbassano come d’incanto, non spariscono, è solo il volume ad abbassarsi e non si rialzerà fino a quando sarà chiaro che “la Pamela ha finito”.
«Alle Case del popolo sono molto legata, noi qui ci siamo cresciuti, Benigni c’ha imparato a suonare, c’erano tantissime iniziative culturali, tra un gotto di vino e un altro, noi venivamo a parlare di teatro, di quello che succedeva in Europa, di libri. Insomma, erano veri e propri centri di formazione, luoghi di aggregazione che oggi mancano, luoghi laici ma che facevano cultura».
Poi al bancone per un the caldo, al latte. “Allora non c’erano le slot… e nemmeno la droga. Allora”, ricorda Pamela, “si andava con lo spinello rosso: può essere il sangiovese, può essere il lambrusco, da noi era il Chianti”. E ride, sonora e allegra.
Il Metastasio
«Questa è davvero casa mia
Ci sono entrata che ero bimba»
«Scusate, vi si disturba cinque minuti». Pamela Villoresi entra così al Metastasio, in punta di piedi. Come non fosse il teatro dove è entrata per la prima volta a tredici anni e mezzo. Come non fosse il posto che, forse, conosce di più al mondo. Ma sembra di entrare in teatro come fossimo la coda di una stella cometa.
In un attimo siamo sul palcoscenico. Chi ci stava lavorando va dietro le quinte. Pamela si mette come non fa mai, spalle alla platea. La macchina da presa si mette in moto e lei, senza che nemmeno l’operatore le dia il via, inizia. «Ecco, questa è davvero casa mia», dice. La sua risata delicata, lì dal palcoscenico, risuona come fosse un rafforzativo delle parole che ha appena pronunciato.
«Io volevo fare l’attrice da quando avevo sei-sette anni. Poi pensai alla suora missionaria, poi ancora tornai all’attrice… Quando avevo tredici anni e mezzo aprirono qui al Metastasio un teatro studio, e dalla mia scuola ci venimmo in tanti, anche Roberto, Roberto Benigni, che era all’ultimo anno». Fa una pausa, sta andando al momento cruciale della sua esistenza, quando decise di diventare quella che è.
«Come misi piede in questo posto, a tredici anni e mezzo, dissi di qui parte la mia vita. E di qui è partita la mia vita… Era emozionante. Io ci venivo il pomeriggio con i ragazzi, la sera con i dilettanti, tornavo a casa le buscavo e il giorno dopo a scuola pencolavo sul banco. E infatti lasciai la scuola e iniziai a lavorare , il mio libretto di lavoro risale al marzo 1972». Pamela Villoresi esce dal Metastasio a passo veloce. E’ il momento delle prove per “Memorie di una schiava”. Deve vestirsi di stracci e coprirsi di fango, recitare con la voce e il corpo. Giù al Fabbricone dove in platea ci sarà il suo pubblico. La mattina dopo un breve sms a firmare il mini viaggio nei luoghi del cuore di Pamela Villoresi: «Ieri è stato divertente, proprio divertente».
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