Il presidio
Martina Giangrande: "Riporterò mio papà a casa"
La figlia del brigadiere ferito nell'attentato di Palazzo Chigi: "Mi accontenterei di averlo sulla sedia a rotelle, potremmo comunque riorganizzare la nostra vita"
IMOLA. Eccola Martina a Montecatone, appena scesa dal treno. Prato alle spalle, ora c'è papà che l'aspetta in reparto. In serbo un dose extra di baci, un po' se ne approfitta, soprattutto quando i medici non la guardano «perché papà non si potrebbe toccare troppo». E' comprensibile dopo che ti hanno sparato davanti a palazzo Chigi lesionandoti il midollo.
In mano, un paio di lettere. Spera che ce ne sia una divertente come quella dell'altro giorno. I bambini di una scuola scrivono al sottufficiale Giangrande: «Caro Giuseppe, tu tifi per la Juve, ma noi tifiamo per te». Parole come queste servono per farti compagnia fino al giorno in cui uscirai dall'ospedale con papà, di sicuro autosufficiente, anche se su una carrozzina a rotelle: questo è l'obiettivo di minima di Martina.
Le condizioni di suo padre stanno lentamente migliorando. Parlate mai di come sarà il suo e il vostro futuro?
«Ancora poco. Mio padre si rende abbastanza conto delle sue condizioni, ma la situazione è davvero delicata. Insieme ai medici aspettiamo il momento migliore per illustrargli il quadro completo».
Lei non ha mai un momento di sconforto?
«Inutile piangersi addosso, inutile abbattersi. Io credo che, visto quello che è successo, un primo risultato sarebbe che mio padre restasse paralizzato solo alle gambe, recuperando un'autonomia pressoché totale. Infatti, ci basterebbe riorganizzare la casa con pochi interventi: ad esempio abbassando i pensili della cucina o adattando il bagno. Per il resto, potrebbe essere indipendente: da portare fuori il nostro cane a svolgere qualunque mansione. Se poi, potessimo anche andare oltre e rimanessero solo pochi strascichi magari a un braccio o a una gamba sarebbe anche meglio. Ma io intanto punto ad averlo autonomo su una carrozzina. Certo i tempi non saranno brevi: 6 mesi o un anno. Ma il tempo non ci manca».
E nemmeno l'appoggio della gente. Ma quante lettere ricevete?
«Tantissime. La cassetta della posta è sempre piena. Ho detto alla mia vicina, a Prato, di iniziare a mettermele in casa. Le sto mettendo da parte e non vedo l'ora di portarle a mio padre per fargliele leggere. Io intanto ho comprato biglietti e francobolli per iniziare a rispondere: ma c'è qualcuno che si sigla e non lascia l'indirizzo e non posso farlo. Mi dispiace perché vorrei ringraziare tutti».
C'è una lettera che l'ha colpita più di altre?
«Ho appena ricevuto una lettera di una signora francese che proponeva di venire a prendere un gelato con noi. Un'altra signora, da Pescara credo, ci ha inviato delle lumachine di terracotta. Ma mi ha colpito in particolare la lettera di una scolaresca che ha incontrato mio padre la mattina in cui è stato ferito. Questi alunni lo ringraziavano per le spiegazioni fornite su palazzo Chigi e poi gli hanno detto che tifano per lui».
C'è un momento di quelli trascorsi con suo padre, un miglioramento, una parola che l'ha commossa?
«Quando ancora era in coma farmacologico. La dottoressa mi diceva che era impossibile tenerlo sedato perché come svaniva l'effetto mio padre tendeva a svegliarsi e quindi subito gli davano i farmaci. Il secondo giorno di questo stato mi hanno detto di provare a parlargli: non avevo ancora finito di pronunciare la parola "papà" che subito mi ha chiamata. Mi aveva riconosciuta».
Ma chi si preoccupa più fra voi due?
«Lui è sempre preoccupato che non mi stanchi. Perfino quando era ancora ricoverato a Roma all'Umberto I mi diceva di non andare tutti i giorni. E oggi a Montecatone è lo stesso: mi dice di organizzarmi con calma a Prato, di restare anche due giorni a casa. Ma io vado e torno. Tutti i giorni sono qui. Lui può scegliere solo se mi devo fermare per pranzo o per cena».
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