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«I sette dimissionari? Sono degli smidollati»
Ilaria Bugetti non esclude una sua ricandidatura alla segreteria provinciale e spara a zero: «Spero non pensino ad un inciucio alle spalle dei cittadini»
PRATO. «Bisogna mettere da parte i personalismi nel Partito democratico. Al tempo stesso dobbiamo dire no a quei giovani che non sanno metterci la faccia».
Con metà segreteria dimissionaria, la leader democrat Ilaria Bugetti è politicamente alleggerita dai consensi, ma probabilmente sgravata dal dovere alle mediazioni interne. Dopo tre anni in sella alla maggiore forza d'opposizione in città per la prima volta tira via un po' di cero al suo linguaggio prudente, spesso accusato di irresolutezza.
Ricorda di avere le carte anagrafiche in regola per portare il messaggio della rivoluzione dei quarantenni pronta a prendere in mano i destini della sinistra italiana. Così, una volta usciti di scena i 7 esponenti vicini all'area Mangani-Santi non intende lasciare la nave senza nocchiero e per di più medita di riprendersi la guida del partito.
Segretaria, riproporrà la propria candidatura al prossimo congresso provinciale?
«Non lo escludo. Tuttavia attendo l'assemblea nazionale del 5 maggio per capire in quali tempi e con quali modalità si svolgerà».
Come commeta la decisione di sette membri della sua segreteria di rassegnare le dimissioni?
«Nella loro lettera hanno parlato di motivi strettamente nazionali all'origine della loro decisione. Si vuole leggere qualcosa che non c'è».
E allora perché si sono dimessi dalla segreteria provinciale, ma ad esempio Francesco Puggelli resta segretario comunale o Gabriele Alberti continua a far parte dell'assemblea nazionale? Nelle settimane scorse il gruppo dei sette si è incontrato con renziani e i giovani democratici.
«Voglio sperare che non abbiano in mente di fare un inciucio. Davvero pensano di rilanciare il Pd facendo venire prima gli accordi interni rispetto all'ascolto dei nostri elettori? Bisogna mettere gli interessi dei cittadini davanti ai destini personali dei dirigenti di partito».
Resta il punto che con la loro uscita di scena se ne va un pezzo di partito che la sostenne nel 2010 e ora lavora quanto meno a un'alternativa...
« Sono le stesse persone che hanno condiviso le decisioni in questi anni. A mio avviso chi fa politica dovrebbe rispondere a un requisito di serietà e mi chiedo quale contributo possano portare quei giovani che non sanno o non hanno saputo mettersi in gioco direttamente. Li trovo smidollati».
Quale strategia suggerisce per far uscire il Pd dall'angolo?
«Creiamo un percorso davvero partecipativo, diamo voce al malcontento e torniamo a parlare dei problemi veri: la riduzione dell'Imu, l'eccessivo carico fiscale sulle imprese. Rivolgiamoci alla parte più debole, ripartiamo dalla generazione dei quarantenni – alla quale appartengo – che sta subendo la crisi».
Dovrà cambiare anche la forma-partito? Come lo immagina il futuro del Pd: sul modello liquido di Renzi o più simile a quello di Barca?
«Lo vorrei riformista con assemblee aperte, la pubblicazione dei verbali per sapere quali posizioni sono state prese da chi nel partito e magari qualche diretta streaming. La trasparenza deve diventare un nostro caposaldo».
Somiglia ad un programma per le primarie, ma i congressi si fanno con iscritti e tessere. Non stringere alleanze interne come può all'interno risultare vincente?
«Gli accordi o gli accordicchi hanno dimostrato di non riscuotere simpatie fra la nostra gente e hanno ammazzato il partito».
Pensa a una consultazione permanente degli elettori?
«Non bisogna correre da una soluzione opposta all'altra. Deve pur sempre restare un minimo di organizzazione con degli organi dirigenti capaci alla fine di prendere una decisione. Altrimenti diventerebbe un referendum continuo e sarebbe a rischio la democrazia rappresentativa del paese».
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