Il Tirreno

Prato

«Caro Giusti, il commercio non può bastare: conservare la produzione»

di Barbara Burzi
«Caro Giusti, il commercio non può bastare: conservare la produzione»

Cgil, Cisl e Uil intervengono sulla trasformazione del distretto suggerita dal presidente di Camera di Commercio. Per Fabrizi: «Integrare la filiera cinese». Bellandi: «Da bloccare l’emorragia di posti di lavoro». Colombo: «Uscire dall’immobilità»

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PRATO. Preservare posti di lavoro e crearne di nuovi significa prima di tutto conservare la filiera integrando gli anelli mancanti con il commercio, il marketing, la ricerca, l’innovazione e la confezione. Nella metamorfosi che sta vivendo il distretto pratese - di cui aveva parlato in un'intervista anche il presidente della Camera di commercio, Luca Giusti -, dunque, la vera sfida consiste nel tenere insieme la tradizione più consolidata del manifatturiero con la parte commerciale. L’una non può prescindere dall’altra secondo il pensiero dei sindacati che pur declinato al plurale si può riassumere così: positiva l’evoluzione, ma la produzione resti. Un concetto che esprime bene Alessandro Fabbrizzi, segretario della Camera del lavoro di Prato, secondo cui «una nuova stagione del distretto è possibile solo se esiste una forte condivisione da parte di un gruppo di imprenditori, in grado di rappresentare una nuova leadership industriale, che sia capace di contaminare tutti gli altri attraverso il coinvolgimento delle categorie economiche e le istituzioni».

L’intuizione episodica di un singolo imprenditore non basta a sostenere la ripartenza, che il sindacalista della Cgil immagina come il frutto di un progetto più ambizioso: «Se si facesse avanti un’avanguardia di imprenditori, che fino ad oggi non si è registrata, in grado di coinvolgere anche quella che considero una potenzialità, ossia il segmento delle confezioni cinesi rivisitato con un occhio di riguardo alla qualità – spiega - forse potremmo assistere a una nuova stagione per il distretto e tornare a immaginare il futuro». Per Fabbrizzi l’unica trasformazione possibile è quella orientata all’integrazione della filiera economica verso la chiusura del cerchio.

Nell’ottica di recuperare posti di lavoro,non vede di buon occhio uno spostamento delle aziende sul commerciale a scapito della produzione. «Diversamente – sostiene – il rischio è quello di ritrovarsi, forse con qualche agente di commercio in più, ma di perdere gran parte di quelle figure qualificate e specializzate che il mondo della produzione ha saputo esprimere. Sono convinto che, se volgiamo evitare un’ulteriore riduzione della base occupazionale, occorra ripartire dal manifatturiero».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Stefano Bellandi, segretario generale della Cisl di Prato secondo il quale il distretto dovrebbe essere «più efficiente e completo». Si spiega meglio: «Una riconversione esclusivamente commerciale del distretto non sarebbe positiva – dice – a fronte di una riduzione del numero di addetti nel tessile occorre agire in due direzioni: da una parte puntare sulla qualità dei prodotti per cercare di essere più competitivi sui mercati; dall’altra, riqualificare il distretto sul piano energetico e ambientale per cercare di renderlo più appetibile agli altri investitori».

In merito all’occupazione dice: «La produzione non potrà recuperare tutti i posti di lavoro che ha perso (un tempo una fabbrica era in grado di impiegare 120 persone mentre adesso sono quasi tutte sotto i 15 dipendenti, ndr), ma nemmeno il commercio da solo è in grado di sopperire all’emorragia occupazionale degli ultimi anni: l’integrazione tra i due settori sarebbe la soluzione migliore». «Credo che abbandonare del tutto la produzione e il manifatturiero non sia la soluzione giusta – aggiunge Angelo Colombo, segretario Uil – ma è anche vero che puntare sul commerciale è sempre meglio che rimanere immobili, in un momento in cui Prato sta vivendo una crisi produttiva durante la quale anche chi cerca di investire sull’innovazione per trovare nuovi sbocchi di mercato sembra non farcela. Altrimenti non si spiegherebbe l’insuccesso di aziende come la Lenzi Tecnologie, tanto per fare un esempio, che pur avendo un prodotto interessante è finita a gambe all’aria. Lo spostamento delle aziende sul commercio è positivo solo quando non ci sono margini di sviluppo sul prodotto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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