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Prato

Capi di abbigliamento made in China: sostanze tossiche ed etichette non veritiere

Capi di abbigliamento made in China: sostanze tossiche ed etichette non veritiere

Lo studio dell’Unione industriale attraverso il lavoro dei laboratori Buzzi e Brachi. Il presidente Cavicchi: «Manca la reciprocità Europa-Cina»

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PRATO. 44 capi di abbigliamento esterno per adulti e bambini con etichetta di origine "made in China" passati al doppio vaglio di due fra i più autorevoli laboratori di analisi tessili: questo è lo studio promosso dall'Unione Industriale Pratese ed affidato al Laboratorio di Analisi Prove e Ricerche Industriali "Buzzi" e al Laboratorio di Analisi Prove e Ricerche Tessili "Brachi".I due laboratori sono dotati di sistema di qualità Uni cei en iso/iec 17025 e sono accreditati dall'ente nazionale di accreditamento dei laboratori di prova Accredia.

L'iniziativa prende le mosse dalla constatazione che nella valutazione della sicurezza chimica dei prodotti della filiera moda esistono nei diversi mercati internazionali parametri differenti. Particolarmente significative sono le differenze tra le norme dell'Unione Europea e quelle della Repubblica Popolare Cinese. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, i parametri ecotossicologici cinesi sono per quasi tutti gli aspetti (ma ci sono eccezioni, come per gli alchilfenoli etossilati di cui si parlerà più sotto) più restrittivi di quelli europei. Ma il rigore vale solo per i prodotti commercializzati nel loro mercato interno, non per l'export. L'Europa invece, con il Reach, impone regole che valgono direttamente sulla produzione, indipendentemente dai percorsi della successiva commercializzazione.

«Filosofie completamente diverse, insomma, che hanno su imprese e consumatori europei effetti distorti che sfiorano il paradosso" commenta il presidente dell'Unione Industriale Pratese Andrea Cavicchi "L'Europa, nella sua indifferenza rispetto alla reciprocità, è quella che ci rimette di più». Sorprendenti i risultati emersi: «per quanto riguarda la sicurezza chimica, tranne per un campione rispondenza piena alle normative europee, ma per 13 campioni (quasi un terzo del totale) non rispondenza alle normative cinesi per la commercializzazione interna alla Repubblica Popolare Cinese. In altre parole se quegli stessi prodotti dovessero essere esportati verso la Cina verrebbero bloccati alle dogane», «per quanto riguarda la presenza degli alchilfenoli etossilati l'analisi, particolarmente complessa, è stata effettuata su 23 dei campioni; la quasi totalità di questi (21) registravano la presenza di queste sostanze, «per quanto riguarda la veridicità delle etichette di composizione, si è registrata una non conformità su oltre la metà dei capi esaminati, sia utilizzando i parametri e le tolleranze europee che quelle cinesi, leggermente diverse fra di loro».

«La conclusione è chiara» aggiunge Cavicchi «Le normative UE penalizzano i produttori europei attraverso le regole del Reach, ma di fatto non c'è vigilanza sui prodotti che arrivano da paesi terzi. In questa situazione complessiva di assenza di reciprocità i cittadini europei sono quindi penalizzati tre volte: nei condizionamenti allo sviluppo economico determinati di fatto dal Reach, che incide sulla nostra competitività; nelle limitazioni all'export causate dalle regole molto restrittive di mercati di importanti paesi terzi come appunto la Cina; ultimo ma non per importanza, nell'insalubrità di prodotti di importazione, cui si aggiunge la scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette».

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