Il Tirreno

Prato

«I nostri 106 lavoratori sono il bene più prezioso»

di Maria Lardara

L’imprenditore Franco Varvarito spiega la decisione di ritirare i licenziamenti Resta l’incognita per il futuro. Tutto è legato alla disponibilità di un terreno

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PRATO. Li ha incrociati ieri mattina mentre sbrigavano le ultime cose al cantiere di via Tourcoing, quello da liberare entro sei mesi, in attesa che le istituzioni indichino un sito alternativo alla Varvarito. Sono quasi tutti padri di famiglia, amareggiati per il paradosso di non poter lavorare quando il lavoro c’è. Due giorni fa la procedura di mobilità è stata ritirata dall’azienda. Il titolare Franco Varvarito ha assicurato che nessuno dei 106 dipendenti sarà licenziato. Non basta per cancellare un Natale dal sapore amaro. Da gennaio il lavoro sarà agli sgoccioli, per l’impossibilità di utilizzare a pieno regime l’impianto al Macrolotto (potranno solo smaltire il materiale presente), mentre si prospetta il ricorso alla cassa integrazione ordinaria fino a tutto gennaio. Non è una storia di crisi aziendale, quella della Varvarito. Prigioniera di ostacoli legati a vincoli urbanistici e burocrazia.

Varvarito, perché avete deciso di ritirare i licenziamenti?

«Quelle 106 persone sono il nostro bene più prezioso. Certo, questa nostra disponibilità a revocare la mobilità non deve dare motivo per allentare l’impegno istituzionale affinché sia risolta in tempi rapidi la sistemazione del sito. Anzi. Sono stati indicati sei mesi. Più si rimanda la soluzione, più si danneggiano i posti di lavoro».

Qual è lo stato d’animo dei lavoratori?

«Sono amareggiati: l’ammortizzatore sociale viene letto come una magra consolazione. Per la cassa integrazione (a rotazione) ci stiamo organizzando con gli elenchi delle persone. Cercheremo di farle girare il più possibile».

Da gennaio come vi organizzerete con le commesse?

«Rimarranno i cantieri dove non serve l’apporto dell’impianto. Stiamo studiando con gli uffici un modo per non perdere i lavori più importanti. Ripeto, più tarderà la risposta delle istituzioni e peggio sarà».

U no striscione davanti alla prefettura dava la colpa al comune per i permessi mai rilasciati sul vostro terreno a San Giorgio.

« Me ne dissocio. Non è giusto puntare il dito contro la singola amministrazione. La storia va avanti da 15 anni. Tutti sapevano che in via Tourcoing eravamo “provvisori”. Anche l'allora sindaco Romagnoli e assessore Ciuoffo erano a conoscenza del problema. E anche da parte loro, massima apertura. Finché siamo arrivati al 12 dicembre e sono scadute le proroghe ai permessi».

L’ipotesi di trasferirsi sull’area di San Giorgio, sei ettari a destinazione agricola, è accantonata?

«No, l’azienda propone la sua soluzione ma non abbiamo i “paraocchi” come qualcuno ci ha rimproverato. Quello che serve però è un sito idoneo che consenta lo sviluppo dell’azienda».

Il vincolo urbanistico sul terreno acquistato nel 1998 sembra però incompatibile con la vostra attività.

«Intanto negli anni c’è stato un passaggio della tipologia di quel terreno con la destinazione da “esclusivamente” a “prevalentemente” agricolo. Forse non si è capito che il nostro impianto rispetta l’ambiente, recuperando e rigenerando materiali che altrimenti inquinerebbero. Un’attività considerata molto innovativa».

Sei mesi di tempo. ha fiducia nelle istituzioni?

«Certo. Ringrazio l’amministrazione e il prefetto Maria Guia Federico nella sua funzione di garante al tavolo tecnico: ha detto di volerci mettere la faccia di fronte a quelle persone che fuori protestavano».

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