Il presidio
Monologo di Gifuni con il pubblico coinvolto solo alla fine m
PRATO. Gadda come Amleto del Novecento. E’ un po’ intorno a questa interpretazione che ruota lo spettacolo “L’ingegner Gadda va alla guerra. O della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” di Fabrizio...
PRATO. Gadda come Amleto del Novecento. E’ un po’ intorno a questa interpretazione che ruota lo spettacolo “L’ingegner Gadda va alla guerra. O della tragica istoria di Amleto Pirobutirro” di Fabrizio Gifuni (foto), con la regia di Giuseppe Bertolucci; in programma fino a domenica al teatro Metastasio.
Il monologo, pluripremiato dal 2010 ad oggi - come ci spiega l’attore- rappresenta la seconda tappa di un lavoro sulla storia italiana che Gifuni ha iniziato qualche anno fa, lavorando su Pasolini. Ricordiamo inoltre che in occasione delle repliche pratesi - sabato alle 18 – l’attore incontrerà il pubblico. Il racconto chiama in causa la storia: Gadda e la guerra, ma anche Gadda e il Fascismo. Ripercorriamo brevemente i tanti nodi storici dello spettacolo.. «Lo spettacolo riapre il dibattito sulla storia, inaugurato con “’Na scecie di cadavere lunghissimo” di Pasolini. Anche questa volta la materia drammaturgica è tantissima. Diciamo che la prima parte dello spettacolo ripercorre i “Diari di guerra e di prigionia” di Gadda, la sua partecipazione alla prima guerra mondiale fino alla detenzione nei campi di prigionia tedeschi. La seconda parte è invece incentrata sul pamphlet “Eros e Priapo” che oltre che essere un trattato di psichiatria sulla psicopatologia erotica di Benito Mussolini, ci offre anche un’analisi della patologica attrazione che il popolo italiano provava per un tiranno affetto da delirio narcisistico». E Shakespeare cosa c’entra? «C’è un testo di Gadda “La cognizione del dolore” che riavvolge il nastro delle sue nevrosi a ritroso e in cui viene fuori una specie d’identificazione tra Amleto e Gadda. Entrambi hanno dovuto simulare una forma di follia per difendersi dal mondo esterno e resistere ai propri dolori; entrambi avevano un rapporto nevrotico con la madre e potrei aggiungere altre analogie. Gadda fu un Amleto del Novecento, segnato dalla solitudine e dall’incapacità di vivere il proprio tempo». Parliamo della messinscena. Sarà un monologo con il diretto coinvolgimento del pubblico? «Non proprio. Lo spettacolo ripristina la frontalità con il pubblico, che sarà coinvolto solo alla fine, ma non vi svelo come. Il coinvolgimento deve esserci sempre a teatro, a prescindere dall’allestimento e dalla posizione degli spettatori. E’ la regola del campo magnetico, che si crea tra il corpo dell’attore e chi lo guarda…».
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