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Con una tazza di karkadé vien fuori la vita
PRATO. Un lieve aroma d’incenso mescolato a quello, stuzzicante, del pollo “yassa” alle cipolle si sprigiona lungo le scale. Primo piano di una palazzina a Santa Lucia, cena a sorpresa. Suona il...
PRATO. Un lieve aroma d’incenso mescolato a quello, stuzzicante, del pollo “yassa” alle cipolle si sprigiona lungo le scale. Primo piano di una palazzina a Santa Lucia, cena a sorpresa. Suona il campanello al primo piano alle 20 in punto: la 38enne Khady è intenta ai fornelli per ultimare i ritocchi di una tavola già imbandita per sei persone. I colori dei piatti ci conducono con gli occhi in Senegal. Nel focolare domestico di una famiglia senegalese fa tappa così il nostro viaggio di “Indovina chi viene a cena?”. Nel nostro condominio a Santa Lucia una televisione satellitare manda in onda programmi che fanno tanto Africa. Awa, la figlioletta di undici mesi di Khady e Cheikh, sgambetta su e giù per la stanza, solo inizialmente un po’ timorosa degli “estranei”. Gli “estranei” sono i commensali Francesca, Silvia, Valentina e mio marito Lanfranco, oltre a me, Maria. Siamo quelli che prima d’ora non avevano mai varcato la soglia di casa Sall. Ad accoglierci sul pianerottolo è Lala Diongue con la cuginetta Awa. Lei, Lala, 33 anni originaria di Dakar trasferitasi a Prato undici mesi fa, è la nipote di Cheikh Sall, il capofamiglia. Gradi di parentela che si svelano tra una portata e l’altra, mentre la conoscenza reciproca viene mangiando. Si scopre così che la coppia senegalese Cheikh-Khady ha un altro figlioletto di quattro anni, Abdullahi, che è il fratellino di Awa nato a Prato. «Quest’anno l’abbiamo mandato in Senegal a frequentare l’asilo, perché impari anche il senegalese e il francese prima che ritorni a Prato. Il distacco è doloroso ma lo abbiamo fatto per il suo bene», racconta un po’ sconsolato babbo Cheikh che viene a darci il benvenuto mentre mangiamo insieme a Lala e gli altri italiani a cena.
A tavola, oltre a Silvia Norcia (vicepresidente di Alp) e Valentina Petracchi (che insegna ai corsi di conversazione al Curiel), siede la 26enne Francesca Brusori scesa da Vernio. Racconta si sé, dell’inguaribile passione per la fotografia e del lavoro nell’officina metalmeccanica di famiglia, mentre Khady ci delizia con un piatto di “fataya”, crespelle ripiene di carne e di verdure che vanno subito a ruba. «Cucinare mi è sempre piaciuto e per preparare tutte queste pietanze ho impiegato tre ore», racconta la donna in grembiule, da cinque anni a Prato. Ha raggiunto il marito Cheikh per ricongiungersi alla famiglia e rifarsi qui una vita. Del resto, il coniuge aveva già un mestiere suo. Cheikh lavora alla tintoria “Cobra”, a due passi da casa. «Faccio il magazziniere da molti anni: ho preso anche il patentino per diventare fuochista di tintoria, una professionalità che oggi scarseggia sul mercato. Quando ero in Senegal facevo l’elettricista. La nostra famiglia si è sempre spostata nel mondo. Sono tredici anni che vivo a Prato, tredici anni a Santa Lucia». La nipote Lala invece è arrivata in città undici mesi fa: è stata lei a fare da tramite con i ragazzi di Alp che l’hanno inserita all’interno dei corsi di conversazione al Curiel. Così brava da passare subito al livello A2 di conoscenza dell’italiano. «In Senegal ero infermiera. Ora dedico le miei giornate pratesi allo studio. Frequento il Ctp alle Mazzoni, vado in biblioteca: prima devo imparare bene l’italiano per potermi proporre nel mercato del lavoro».
E’ sempre Lala a fare da Cicerone nella spiegazione delle ricette mentre gli altri commensali incuriositi sorseggiano del karkadè e una bevanda di latte e zucchero, ricavata dal frutto del baobab. Si mangia, si ride e si dispensa dell’ironia. «Vale, sei più corta del mese di febbraio», scherza Lala rivolgendosi alla “maestra” Petracchi. Dulcis in fundo, caffè e begne (dolcetti fritti a base di uvetta e cocco) per chiudere in bellezza. Intanto la piccola Awa è crollata tra le braccia della mamma, segno che si stava facendo tardi: Cheikh, il padrone di casa, ci saluta con calore, non senza ricordarci che «in Senegal l’accoglienza è una bandiera».
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