Il presidio
A lezione di idraulica e botanica per prepararsi a una nuova vita
La Provincia finanzia tre percorsi di formazione professionale rivolti ai detenuti della Dogaia Capofila del progetto è l’istituto Datini. Imparare un mestiere in vista del ritorno nella società
PRATO. La vita oltre le sbarre ha il sapore di una libertà fugace sotto il tendone di una serra, il colore blu di quindici divise da lavoro e quello nero degli scarponi anti-infortunistici. Quindici è il numero dei detenuti del carcere della Dogaia che ieri mattina preparavano le talee della serra. Altri quindici sedevano in aula per apprendere nozioni di botanica e giardinaggio, altri ancora da novembre si specializzeranno nel ramo della termoidraulica.
Così s’impara un mestiere da spendere dentro e fuori quelle quattro mura, con il pensiero fisso a quando si lascerà quella soglia fatta di cancelli e sbarre. Fra mille difficoltà, si gioca la carta del reinserimento sociale di chi ha sbagliato. Una carta chiamata formazione professionale grazie all’offerta integrata di tre percorsi attivi fino a maggio 2013 (228 ore ciascuno per un totale di 45 detenuti suddivisi in tre gruppi di aula), finanziati dalla Provincia con uno stanziamento 120mila euro sul capitolo del progetto “Ariel” (capofila l’istituto Datini). Integrata perché gli aspiranti detenuti giardinieri dovranno intendersi non solo di superfici agricole, ma anche di impianti d’irrigazione del terreno. A “distrarli” è stato il sopralluogo della vicepresidente Ambra Giorgi, insieme alla responsabile del progetto “Ariel” Editta Sanesi, introdotte dal direttore della casa circondariale Vincenzo Tedeschi e dal collega dell’area pedagogica, Pasquale Scala.
Prima tappa, l’aula dove quindici detenuti condannati per reati di natura sessuale da un mese si sono riscoperti studenti di giardinaggio. La vicepresidente Giorgi ha avuto per loro parole di incoraggiamento, dopo aver proposto al direttore della Dogaia una visita a fine corso a Palazzo Banci Buonamici. «Spero che il corso vi torni utile per il reinserimento nella società. E’ il motivo che mi ha indotto a trovare risorse pari a 120mila euro, operazione che in tempi di crisi non è facile. Inoltre abbiamo deciso di erogare un rimborso spese di 2 euro per ogni ora a chi frequenta almeno il 70% del corso». I carcerati applaudono, accennando timidi sorrisi e sprizzando entusiasmo per quelle lezioni di botanica che li tengono impegnati due volte alla settimana, mentre dal cortile riecheggiano le grida di chi gioca a pallone.
I corsisti sono tra coloro che scontano una pena minima, mediamente, di 10-15 anni. «La selezione avviene da parte nostra secondo un filtro naturale: i detenuti devono dare un minimo di affidabilità», spiega il direttore Tedeschi. Giovanni è il nome del detenuto più anziano che si fa portavoce del primo gruppo che accoglie l’assessore. «Le piante che studiamo sono metafora di nuova vita». Dall’altro blocco di pregiudicati nella serra emerge Carmelo, 59 anni ed ex insegnante di educazione artistica. Ha già scontato 22 anni di pena per crimini legati al traffico di stupefacenti, prima ancora nel carcere di San Vittore. Ha fame di riscatto: è uno dei 50 studenti universitari della casa circondariale pratese. «Dal 2000 sono alla Dogaia: volevo iscrivermi all’università, il carcere di Prato era uno dei primi ad attivare il polo universitario penitenziario. Mi mancano cinque esami per laurearmi in Architettura». A Carmelo non manca tanto per uscire. E’ diventato nonno: ora non vede l’ora di abbracciare il nipote a Reggio Calabria.
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