In classe alla Dogaia i corsi di studio piacciono ai detenuti
Sovraffollamento e contributi sempre più scarsi limitano le occasioni. Il direttore: meno anche le commesse esterne
PRATO. Motivati, attenti e desiderosi di entrare presto in aula ogni mattina per seguire le lezioni. Sono così gli studenti del carcere La Dogaia, detenuti con pena di media e lunga durata che hanno scelto di impegnare il proprio tempo di reclusione in un modo diverso rispetto a restare chiusi per tutto il giorno nei dodici metri quadri della cella. Nella casa circondariale di Maliseti ci sono duecento alunni, suddivisi tra le scuole elementari e medie, le superiori e il percorso universitario. Il numero maggiore frequenta il primo e il secondo ciclo di studi coordinato dal Centro Territoriale Permanente di Prato. Per la maggior parte, si tratta di cittadini non italiani, che si avvicinano allo studio della lingua e delle altre materie fondamentali, le loro aule sono gremite di banchi e sedie e, ogni mattina, si mettono alla prova cercando di familiarizzare sempre di più con il vocabolario italiano.
Una cinquantina invece sono coloro che, dopo la licenza media o diplomi conseguiti all’esterno, si sono ritrovati oggi a studiare per aggiungere un titolo al proprio percorso: i detenuti dell’alta, della media sicurezza e della sezione dei collaboratori di giustizia frequentano invece l’istituto a indirizzo economico coordinato dalle scuole Datini e Dagomari. Tra loro, italiani e albanesi, romeni e magrebini, tutti intenzionati a far fruttare al meglio le ore di studio.
In ottava sezione invece lavora l’Università di Firenze che, ogni anno, riesce sempre a laureare ragazzi e adulti che hanno intrapreso i corsi delle varie facoltà. Proprio negli ultimi mesi due detenuti si sono laureati dottori e nella media sicurezza tre ragazzi hanno ottenuto la qualifica triennale ad indirizzo economico-aziendale. Numeri importanti, ma limitati se si pensa alla condizione di sovraffollamento in cui versa La Dogaia.
Come tanti altri istituti penitenziari nazionali, quotidianamente si trova a fare i conti con celle gremite e pochi strumenti da mettere a disposizione dei reclusi. «Oggi ci sono qui 718 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 476 persone e di 713 di capienza tollerabile – ha ricordato il direttore del carcere Vincenzo Tedeschi – La scuola e altre misure alternative, come i corsi di formazione, sono elementi importanti per la rieducazione, per favorire l’uscita dei carcerati e il loro reinserimento nella società». L’istruzione nel carcere di Prato riguarda meno di un terzo dei presenti, ma ancora meno sono coloro che possono beneficiare della frequenza di percorsi formativi di qualifica. Nell’ultimo anno la Provincia ha attivato due indirizzi, per addetto alla salvaguardia ambientale e per idraulico, una valida opportunità pratica, ma purtroppo riservata a solo 45 persone. E per gli altri 400 detenuti, quali opportunità? Qualcuno può optare saltuariamente per la manutenzione degli spazi agricoli dell’istituto, una quarantina sono coloro che partecipano ai due laboratori teatrali organizzati all’interno, qualcun altro si dedica invece allo sport, usufruendo degli attrezzi nelle palestre per alcune ore la settimana. Il direttore ha lamentato il fatto di come, negli ultimi tempi, si sia ridotto il numero delle commesse esterne, ovvero le attività lavorative a cui particolari reclusi potevano accedere, e come la mancanza di personale di polizia possa limitare tante attività. «Nel 2012 abbiamo registrato un taglio del 30 per cento sui fondi per le attività dei detenuti e sicuramente anche per il 2013 sarà lo stesso – ha commentato Tedeschi – Siamo sotto organico di 60 operatori penitenziari, a cui si aggiunge anche l’assenza di tre educatori, tutti elementi che incidono nell’organizzazione interna. Purtroppo registriamo un livello di indigenza altissimo, creare occasioni di contatto con l’esterno, siano esse lavorative e culturali, aiuta sia la struttura che il detenuto stesso, perché con esse si vede realmente il percorso che egli sta compiendo». E così la scuola, tanto odiata dagli studenti, dentro al carcere diventa il vero luogo di contatto con la realtà, che occupa la mente e i pensieri con lo studio e fa acquisire nuova coscienza di sé.
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