Il presidio
Ridiamo anima al centro storico organizzando fiere e feste
Il fotografo di via S. Stefano possiede un prezioso archivio (150mila scatti) che va dagli anni ’30 ad oggi «Sono contrario alle liberalizzazioni: così si rischia di creare inutili doppioni della stessa merceologia»
PRATO. Lo considerano la memoria collettiva della città. Attraverso gli oltre 150mila scatti conservati nel suo prezioso archivio fotografico, ha rimesso insieme momenti, fatti, volti e luoghi di Prato dai primi anni Trenta del Novecento a oggi. Molto è frutto del lavoro di suo padre Alfredo, il quale gli ha trasmesso l’esperienza e la passione per la macchina fotografica. Da dietro l’obiettivo si riescono a cogliere dettagli che a occhio nudo non si percepiscono, ecco, dunque, perché è un’eredità di grande valore, quella raccolta da Pierluca Ranfagni, che a sua volta, ha saputo valorizzarla. Sfogliando i file sul suo computer, riaffiorano in lui ricordi che invitano a ripensare a Prato com’era prima delle sue trasformazioni e a fare confronti fra ieri e oggi. Un avvocato, mancato. «Sono nato nel 44, ho frequentato il liceo classico Cicognini, dopodiché mi sono iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, ma dopo ben 14 esami decisi di abbandonare l’Università - racconta Pierluca Ranfagni - mi ero stancato e a quel punto entrai a lavorare in negozio insieme a mio padre. Nel 74 sono subentrato anche come fotografo dedicandomi soprattutto alla composizione dell’archivio storico per un profondo legame affettivo nei confronti della città».
Occorre diversificare. Oltre trent’anni di lavoro, nel corso dei quali Prato ha subito una metamorfosi dovuta al tempo che passa e un’altra indotta dalla crisi degli ultimi anni che ha prodotto tra i vari effetti anche la moria di negozi in centro storico. In alcune strade sono sempre di più i fondi commerciali sfitti. La colpa, secondo Ranfagni, è anche un po’ dei commercianti.
«Prima di aprire un’attività bisognerebbe valutare se ci sono i margini guadagno - dice - voglio dire, che se tutti si buttano a vendere le stesse cose, come fanno a sopravvivere? Basta guardarsi intorno: ormai non si trova altro che negozi di abbigliamento, per comprare un fusibile l’altro giorno sono dovuto uscire con la macchina…In più, allettati dai facili guadagni molti aprono in franchising e poi si ritrovano strozzati dalle ditte fornitrici che pretendono fatturati inimmaginabili». No alle liberalizzazioni. Punta il dito contro le liberalizzazioni inserendole tra le cause principali della crisi del commercio: «Si è innescato un meccanismo controproducente per l’economia, che consente a chiunque di poter aprire un’attività senza tener conto della distanza minima tra esercizi commerciali della stessa tipologia - afferma - Con il rischio di trovarsi con due fotografi, uno di fronte all’altro e, magari, senza un negozio di articoli sportivi oppure non sapere dove andare a comprare un neon come è successo a me…». Una fiera? Magari! Poi si sofferma con lo sguardo su una foto scattata in piazza del Comune più di cinquant’anni fa: le strade sono invase dalle persone, passeggiano, mentre non lontano dalla fontana del Bacchino si stanno svolgendo trattative commerciali tra agricoltori. Non molto distante da lì, tra piazza Mercatale, piazza del Duomo e piazza San Francesco, poco dopo si sarebbe svolto il mercato settimanale. «A quei tempi i negozi restavano aperti anche la domenica mattina - ricorda - conveniva perché c’era più movimento, non esistevano i centri commerciali e la vita cittadina si svolgeva prevalentemente dentro le mura, dove era possibile trovare botteghe di ogni genere». Con l’apertura dei supermercati e lo sbarco in città delle grandi catene le cose sono cambiate.
«Ci si arriva direttamente con la macchina, per cui sono più comodi per fare spese - afferma - d’altronde, oggi sarebbe impensabile riportare le auto in centro o ripristinare la fermata degli autobus in Duomo, per dire». Per rivitalizzare il commercio propone di puntare sull’organizzazione di eventi, perché no, anche fieristici. Lo spunto arriva ancora una volta dai ricordi del passato: «Nei giardini di piazza Mercatale un tempo si volgeva Ica, una fiera-mercato, che ricorda l’attuale mostra dell’artigianato - racconta - dopo la chiusura degli stand si proseguiva con il ballo e l’intrattenimento. Era un modo per stare insieme. Una cosa del genere potrebbe essere valida anche oggi e per organizzarla non serve l’ex Banci…» .
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