Il presidio
Il volto della città è cambiato ma non ci vedo niente di male
Dal 1995 gestisce il bar “Caffé Datini” nell’angolo più nevralgico del centro storico «Con le nuove generazioni verrà anche l’integrazione. Basta avere un po’ di pazienza»
PRATO. L’ubicazione nel cuore del centro storico, al crocevia tra corso Mazzoni e via Cairoli, di fronte al Palazzo Comunale, a due passi dalla Prefettura e quasi a fianco dello storico palazzo Banci Buonamici sede della Provincia, è un punto di vista privilegiato sulla città. Da ben diciassette anni quel posto è occupato dall’attività di bar e tabacchi di Luciano Botrini, per i clienti più affezionati, semplicemente “Lucio”. Nel ‘95 scelse di rilevare quel locale per mettere radici a Prato. «Mi sembrava d’aver trovato il lavoro giusto, con cui poter vivere in due, insieme alla mia compagna di allora - racconta - alla quale, in seguito, sono subentrati mia sorella Lucia e mio nipote Matteo».
L’accogliente semplicità dei suoi gestori ha contribuito a fare del “Caffè Datini” uno dei bar dei più frequentati del centro. La caratteristica di Luciano è proprio l’allegria quasi contagiosa: da dietro il bancone dispensa sorrisi riuscendo a dosare cortesia, disponibilità e soprattutto, pazienza. Sì perché di questa, stando al pubblico, ce ne vuole, eccome. Come quando ha dovuto spiegare ai clienti che un’ordinanza del Comune aveva vietato la vendita di bevande in bottiglie. Dunque, niente birra in vetro dopo le 22. «Ma non mi ha penalizzato più di tanto - ammette - i ragazzi capiscono, basta spiegar loro bene i motivi che portano a certe decisioni».
Locale della movida del sabato sera della generazione dei giovanissimi, di giorno, a frequentarlo, sono soprattutto abitudinari, turisti di passaggio e lavoratori in pausa. Tra questi non si può fare a meno di riconoscere volti noti della politica cittadina, dirigenti e impiegati pubblici «anche se - fa notare Lucio - non esistono più i fannulloni, c’è molta più attenzione e presa di coscienza di una volta tra i dipendenti pubblici, specie da parte dei più giovani, segno che i tempi stanno cambiando e che stiamo crescendo anche come popolo». «Non parlo mai di politica con gli amministratori - dice - al massimo può uscir fuori una battuta. Non mi sono mai esposto e non intendo farlo però sono contrario agli imprenditori in politica, a prescindere dal colore politico, perché tendono a gestire la cosa pubblica come farebbero con un’azienda privata, ma è ovvio che non può essere così».
Se lo guardi oggi, quel bar affacciato su Piazza del Comune, sembra una specie di fortino: nonostante la concorrenza che aumenta, resiste. «Mi hanno proprio accerchiato», dice con ironia. «Scherzi a parte, credo che l’aver sempre cercato di garantire un certo tipo di servizio, alla lunga abbia pagato - aggiunge - di solito non chiudo mai, l’ultima volta che ho chiuso per ferie c’erano le Olimpiadi ad Atene, fate voi…». Eppure una delle cose che vengono rimproverate di più agli esercenti del centro riguarda proprio la scarsa attenzione ai visitatori della domenica, quelli provenienti da fuori provincia che si spostano per turismo o per piacere e nei giorni festivi trovano tutto chiuso. «Ci stiamo organizzando - dichiara - del resto è da poco che Prato è diventata una città turistica.
Anche l’amministrazione però dovrebbe fare la sua parte poiché non bastano i negozi aperti, c’è bisogno di più iniziative che coinvolgano i cittadini in attività di svago senza che siano costretti a spendere». Come invece alcuni suoi colleghi hanno già fatto, Luciano, non ha intenzione di vendere ai cinesi né a qualcun altro. «Il mio futuro è qui - afferma convinto - anche se sto cercando di dare sempre più spazio a mio nipote perché credo che un alito di gioventù possa giovare al locale». Nemmeno appare preoccupato da tale fenomeno che potrebbe veder passare di mano la gestione di altri storici bar e pasticcerie del centro. «Non penso che possa succedere - sostiene - i pochi casi che si sono verificati sono due propaggini, i cinesi per cultura sono abituati a stare nel loro habitat». Lui, che ha visto sotto ai suoi occhi questa città trasformarsi, sia sotto il profilo socioculturale che quello economico, non ha ancora perso fiducia nei pratesi. «Ho visto il volto di Prato cambiare: su cento persone che passano di qua, oggi, almeno cinquanta sono straniere, ma sono fiducioso che con l’aiuto delle nuove generazioni un’integrazione vera sia possibile, ci vuole solo un po’ di pazienza».
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