Italia
Cinesi disertano le autoscuole Fa paura l’esame in italiano
Negli ultimi tempi c’è stata una fortissima diminuzione degli iscritti
Gli esami non finiscono mai. Quelli di teoria per prendere la patente B fanno paura ai cinesi di Prato, da quando una circolare ministeriale prevede che siano obbligatori i quiz solo in italiano (dal gennaio 2011). Prima invece, sotto le classiche domandine sui limiti di velocità, incroci e semafori, l’italiano era affiancato dagli ideogrammi che un software della Motorizzazione poi pensava a tradurre. Guai però a rinunciare al fatidico pezzo di carta in tasca per guidare. Eppure, da un anno e mezzo a questa parte nelle autoscuole pratesi, c’è un grande deserto di cinesi.
Gli aspiranti automobilisti con gli occhi a mandorla sono calati vistosamente, più che dimezzati nel giro di un anno. Gli altri stranieri, invece, continuano a presentarsi a lezione. Anche i cittadini di origine araba (l’arabo era l’altra lingua per cui prima del 2011 si dava la possibilità di traduzione del quiz) ci cimentano nel test d’italiano. Alcuni cinesi invece spariscono, si presentano in autoscuola e chiedono di passare subito alle esercitazioni pratiche di guida. Non tutti sono così.
«Nessun problema con gli orientali di seconda e terza generazione. Ma i cinesi arrivati da poco a Prato che si iscrivono a scuola guida non vogliono sentir ragione – spiega Andrea Municchi, presidente del consorzio Copa che raggruppa 24 autoscuole pratesi -. Se non possono fare l’esame teorico nella loro lingua, se ne vanno». E chissà dove. La voce è che molte patenti vengano comprate nel Sud Italia. Dati del Ministero alla mano, nel 2011 le prove d‘esame sostenute in provincia di Prato sono state circa 7mila, nel 2010 quasi 11mila. Sicuramente, in questa diminuzione, può aver inciso la minore iscrizione dei cittadini cinesi.
«E non è un caso il numero di cinesi fermati spesso senza patente – continua Municchi -. Qui in gioco c’è la sicurezza nelle strade. Ovviamente si tratta anche di una perdita economica per le nostre autoscuole». Come quelle vicine al quartiere di Chinatown che prima seguivano 800 allievi cinesi. Ora ne hanno una cinquantina. Alcune si erano attrezzate con guide multimediali per il ripasso della teoria nella lingua del Drago. Ora niente. Imparare la lingua di Dante per gli orientali, si sa, non è mai una passeggiata. Però all’esame d’italiano obbligatorio, quello introdotto dalla giunta Cenni nella primavera 2010 per gli stranieri che vogliono aprire un bar, gli aspiranti esercenti si sottopongono. Forse perché, nel caso delle patenti, è più facile aggirare "l’ostacolo"? Lancia un’idea Xiebin Bargellini Yu che, con la sua agenzia di assicurazioni nel cuore di Chinatown, provvede alla copertura di tanti suoi connazionali patentati. «Capisco che le autoscuole si lamentino del calo. Ma perché non fanno come la scuola italiana e lavorare meglio sulla mediazione linguistica?». Maria Lardara
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